In fondo il trucco è tutto qui: riuscire a portare al cinema i sogni irrealizzabili della nostra mortale esistenza. Forse il cineasta che maggiormente è riuscito a vivere il suo mondo onirico è stato Robert Zemeckis, dato che non è da tutti poter dirigere Bugs Bunny e il presidente Kennedy. Così come non è da tutti essere Dio per un quarto di partita.
Non è un caso che ad arrogarsi questo compito difficilissimo sia Jim Carrey
Attore che nella sua carriera è stato costretto a far capire al grande pubblico di non essere solo una macchina per far soldi, ma anche un interprete sensibile e ricco di sfaccettature. I ruoli interpretati da Carrey riguardavano spesso personaggi alla ricerca della loro personale idea di Paradiso, che fosse sfiammare con i propri gas intestinali di fronte a un gruppo di raffinati compagnoni o fuggire dalla prigione mediatica per eccellenza.
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Una settimana da Dio è il coronamento di un percorso personale e professionale che ha portato Carrey ad essere più di un semplice attore ma, come succede solo per quelli che finiscono col segnare una generazione, un autore a tutto tondo.
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Per questo è facile credere che il volenteroso ma perseguitato Bruce possa essere un Dio alla nostra portata, perché Carrey, nella migliore tradizione attoriale statunitense, riesce a incarnare un ideale alla John Doe che lo avvicina ai grandi del cinema di Frank Capra, da James Stewart a Gary Cooper.
Una settimana da Dio è più di una semplice commedia d’intrattenimento
Così come lo erano le sophisticated comedy dell’aureo periodo tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Cinquanta. È un film che facendo ridere e sorridere racconta le nevrosi, le paure e le tare di una Nazione che crede davvero di fare le veci del Padreterno.


