New York, la città dalle mille luci, quella che non dorme mai… La città di Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte, le quattro amiche che, grazie a una serie televisiva capace di toccare cuori e menti con la leggerezza di uno dei migliori articoli di Cosmopolitan, sono ormai famose in tutto il mondo. New York è sempre stata la quinta protagonista, quella davvero sexy, di Sex and the City.
Per questo non si capisce il motivo per cui, una volta “promossa” sul grande schermo la storia non trova di meglio da fare per impegare il budget che spostare il set in qualche località esotica, tanto per condirla con un po’ di cliché. È così che in [b]Sex and the City – Il film[/b] le nostre quattro beniamine si sono ritrovate con una vacanza già pagata in Messico e ora, in Sex and the City 2, si ritrovano con una vacanza già pagata negli Emirati Arabi.
Manco fossero Boldi e De Sica, le quattro signore se ne vanno in vacanza ora qui ora là (e sperimao che non diventi proprio come i nostri cinepanettoni, altrimenti il prossimo anno chissà dove andranno a finire e con quale scusa la vacanza sarà già spesata, tutto compreso), si trovano in situazioni surreali, colmano i vuoti e la regia lenta con quanti più luoghi comuni riescono a collezionare, si riempiono la bocca e il contegno con volgarità di ogni tipo e cadute di stile clamorose. Grazie mille, ma qui in Italia questo tipo di prodotto lo avevamo già.
Inutili i tentativi del cast di difendere la pellicola
Hanno giustificato il comportamento di Samantha affermando che lei è indomita e ribelle ovunque si trovi, hanno insultato la professionalità di chi ha scritto recensioni negative dicendo che gli uomini non capiscono lo spirito del franchise… Ebbene, diciamolo chiaramente: il film ha delle brutture oggettive che nel primo capitolo cinematografico non c’erano. La profondità di un desiderio deluso che si concentrava tutta in un bouquet usato come un’arma è qui sparita.
È vero, i personaggi sono sempre loro, ma esasperati fino al parossismo. Tutto è esagerato e pacchiano, a partire dagli abiti: laddove nella serie c’erano capi aspirazionali che hanno fatto sospirare tutte noi che non possiamo permetterceli, qui ritroviamo costosissimi stracci, abbinati chiassosamente, inopportuni e volgari, per non dire che addirittura privi di ogni stile. Eccezion fatta per Stanford e Mr. Big, due personaggi scritti talmente bene a prescindere che sono impossibili da rovinare, tutti i personaggi sembrano la caricatura iperbolica di loro stessi.
Ma l’elemento più importante e fastidioso è il voler essere a tutti i costi qualcosa che non si è.
Mai nella serie di Sex and the City si era parlato di politica, nemmeno dopo l’11 settembre. Le Torri Gemelle, che nelle prime stagioni venivano inquadrate spesso, volentieri e a dirla tutta con tagli da cartolina newyorkese, a un certo punto semplicemente sparivano, e mai si è fatta menzione di quel tragico e luttuoso evento. Persino quando Carrie inizia a frequentare un politico non si parla di politica.
Emblematica la battuta di Samantha:
“Né partito repubblicano, né partito democratico. Cerco solo un buon partito”.
Ecco, qui si ha l’ambizione senza i mezzi per realizzarla di voler parlare di politica economica ed estera. Le signore non fanno che accennare polemicamente alla crisi in atto, ma a noi pare che i loro abiti siano ancora più costosi, che continuino a vivere accanto a Central Park e che, sebbene non sia momento adatto per piazzare un appartamento, è anche vero che Carrie e Big non lo danno neanche in affitto… Insomma, sono poco credibili. In quanto a politica estera, vi lasciamo la visione per capire che parlarne così non è solo scorretto, ma è parecchio offensivo per tutto il resto del mondo, non solo quello islamico.
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Non è tanto grave l’additata scena in cui Samantha grida di fare sesso, pochissimo vestita, nel bel mezzo di un mercato arabo (cosa che nella vita reale si sarebbe risolta con una lapidazione, non con una breve fuga sui tacchi – su certe cose non si scherza, non fa ridere), quanto l’atteggiamento tutto delle quattro protagoniste. Si dice che quando noi italiani andiamo all’estero siamo i turisti peggiori proprio perché siamo come nei film di Neri Parenti.
Ebbene, queste donne rispettabili di Manhattan si comportano allo stesso modo, se non peggiore: non tentano mai realmente di capire la cultura che le circonda, sono chiuse al diverso, si sentono superiori e credono di avere la verità in tasca. Il viaggio così vissuto è un pessimo esempio e non rispecchia nemmeno ciò che le quattro erano in TV, ossia quattro donne sempre entusiaste e pronte a gettarsi a capofitto nell’insolito e nelle novità. Quando poi alcune donne islamiche si sfilano da sotto il velo nero un volume di Susan Sommers (e non vi anticipiamo il peggio che viene dopo) è davvero troppo.
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Non è che l’alternativa al burqa sia necessariamente un Dior…
La presunzione tutta americana di pensare che il proprio modello di vita sia il migliore possibile arriva in questa scena con tutta la sua dirompente potenza, fastidiosa e nauseabonda. Come se il desiderio recondito e più profondo di ogni singola donna del mondo sia vivere a Manhattan e riempire un gigantesco guardaroba di griffe. Questo non significa dar voce alle donne, questo è pseudo-femminismo spicciolo, a suo modo ugualmente dittatoriale e omologatore. Non me ne vogliano le fashioniste, ma io vivo benissimo senza calzare un paio di Manolo e senza una borsa Jane Birkin.
Di contro, non so come potrei vivere senza mai aver visto Accadde una notte.


