Time. Tempo. È la prima parola di Megalopolis. Basterebbe questo per spiegare il film e buona parte dell’opera di Francis Ford Coppola. Tempo. Cesar Catilina e un orologio. Lo stesso che segnava i minuti della vita di Rusty e Motorcycle Boy. il tempo che si usa per fare un film. I film non durano novanta, cento, duecento minuti. I film durano tutta la vita, quella che ci vuole per farli, quella che è loro concessa quando sono finiti. Il tempo di un film è l’eternità. Quella a cui sarebbe stato destinato il conte Vlad di Transilvania, se non avesse attraversato gli oceani del tempo per andare incontro all’unica fine che sarebbe valsa la pena. Morire d’amore.
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Si potrebbe continuare all’infinito, guarda caso, ma come detto, basterebbe questo per spiegare Megalopolis, un’opera monumentale in tutti i sensi, una lettera d’amore, al cinema, all’arte, alla follia, alla creazione, alla sua famiglia, a chi nel signor Francis Ford Coppola ha sempre creduto e voluto bene. Gli altri, quelli che non lo hanno capito, o che non lo hanno voluto capire, anche loro stanno tutti qui, dentro questo carrozzone meraviglioso, fatto della materia stessa del cinema, dalle origini al futuro.
Coppola si congeda, probabilmente è così, portando sullo schermo gli appunti di una vita con cui costruisce una città ideale, un nuovo mondo in cui dovrà regnare l’armonia e la pace, perché di odio ne abbiamo avuto abbastanza. Una storia semplice, quella di un geniale visionario che vuole rifondare ciò che è marcio e corrotto.

Avrebbe voluto farlo anche lui, dopo Apocalypse Now, girando Un sogno lungo giorno, un film che immaginava come l’inizio di una nuova era e che si rivelò la sua rovina. Ma anche la sua rinascita, perché da lì è partito per arrivare a oggi, raccontando in tutto il cinema successivo a quel gioiello incompreso che cosa significasse per lui l’ossessione di creare. E il tempo, che non è mai abbastanza.
Quello che si riprende per un po’ Peggy Sue. Quello che scorre troppo velocemente per Jack Powell, protagonista di un altro dei film incompresi di Coppola, altra opera che sintetizza molti dei suoi concetti cinematografici. La corsa contro il tempo di Preston Tucker, di cui Cesar Catilina è discendente, ossessionato dal futuro, dal progresso, soprattutto con il desiderio di essere libero dalle catene del capitale, quella bestia feroce che divora sogni e visioni.
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Libertà è l’altra parola chiave di Megalopolis, una cosa che Coppola ha cercato di ottenere per tutta la sua carriera. Qualche volta ci è riuscito. Apocalypse Now. Un sogno lungo un giorno. I suoi film degli anni 2000, tutti dominati dal tempo. Un’altra giovinezza, Tetro. Il meraviglioso e doloroso Twixt, opera monumentale proprio per la sua libertà espressiva, tra colore e bianco e nero, 3D, piani temporali che si incrociano. La sua terapia del dolore per la morte di suo figlio, trauma mai superato. Quando morì Giancarlo Coppola, suo padre Francis stava girando Giardini di pietra, dolente melodramma sul Vietnam a casa, opera guarda caso elegiaca, perché il tempo non perdona e non lascia niente al caso.
Megalopolis è un film libero, nella sua grandezza, nella sua bellezza e volgarità, nel modo in cui si muove la macchina, per come vengono diretti gli attori. Racchiude in sè le origini dell’immagine in movimento, le sue evoluzioni, il suo possibile domani. Non c’è niente di imprevisto o di apparentemente sconnesso, anzi, è la prosecuzione di un percorso che è disseminato il tutto il cinema di Coppola.
Dracula, film maestoso, barocco, non un horror o la trasposizione di un celebre romanzo, ma un saggio sul cinema attraverso i generi e le tecniche, ha più momenti evidentemente senza freni, e per questo magnifici. In Rumble Fish il flusso narrativo si perde e si riprende continuamente, come i pensieri di Motorcycle Boy. Uno dei personaggi in cui si riconosce Coppola. Tucker, Jack, Dracula, Catilina, Motorcycle. E Bruiser, l’avvocato gangster de L’uomo della pioggia, guarda caso ancora Mickey Rourke, un altro genio sregolato.
Megalopolis è politico e sovversivo
Anche ingenuamente, ma non è che serva chissà quale sprazzo intellettuale nel dire che il potere è corrotto. E quanto si diverte Coppola a dare la parte di un laido tycoon all’ultra repubblicano Jon Voight. Alla sua età se lo può permettere, può giocare quanto vuole. Lo ha fatto, d’altronde, con i suoi soldi, una parte gli tornerà indietro, una fetta l’ha distribuita in famiglia. In ogni caso, non c’è un dollaro mal speso in un’eredità.
Ne Il padrino parte seconda, Tom Hagen suggerisce a Frankie Pentangeli di congendarsi onorevolmente all’uso dei romani.
È quello che ha fatto anche Francis Ford Coppola.
Il giorno sta finendo. Il sogno con lui. Se solo ci fosse un po’ più di tempo.


