Terra di confine segna il ritorno alla regia di Kevin Costner, senza ombra di dubbio una delle star più bistrattate degli ultimi dieci anni. Le ragioni di quest’astio sono molte: dopo Balla coi lupi era facile attendersi che tutti avrebbero aspettato col fucile spianato le nuove prove d’attore del contraltare di Robert Redford. Di conseguenza film sbagliati come Guardia del corpo o produzioni principesche come Robin Hood e, soprattutto, Waterworld, sembravano fatte apposta per attirare sciacalli e avvoltoi al capezzale di una carriera altrimenti di tutto rispetto.
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Eppure, in questi dieci anni Costner ha fatto tanti bei film, privilegiando delle scelte poco commerciali ma estremamente coraggiose. Basti pensare a Wyatt Earp, dove Lawrence Kasdan non racconta la leggenda, ma la vita del controverso eroe americano. O a Tin Cup, in cui il geniale e sregolato campione di golf è in realtà lo stesso Costner, personaggio che Ron Shelton gli ha cucito addosso con grande intelligenza.
La lista potrebbe proseguire senza problemi
Dal melò a tutto tondo de Le parole che non ti ho detto alla meravigliosa struttura classica di Gioco d’amore e proprio questa sua grande facilità nel misurarsi con i generi portanti del cinema hollywoodiano fa di Costner uno dei pochi attori dotati di quel carisma capace di riempire lo schermo con la sua sola presenza.
Come regista, poi, ha dovuto sopportare la tremenda delusione di vedere deriso L’uomo del giorno prima, opera carica di un pathos narrativo non comune (personalmente trovo sia uno dei film americani più belli dell’ultimo decennio).
Terra di confine si spoglia delle grandezze produttive degli anni ’90
E non poteva essere altrimenti, perché sin dall’introduzione capiamo che ci troviamo di fronte all’epico racconto di uomini che hanno costruito una nazione, vivendola nella sua interezza, a contatto con la natura, punto di raccordo tra tradizione e progresso. La semplicità della messa in scena è arricchita dalla grandiosità degli spazi, inquadrati fino a dove l’occhio può arrivare, una caratteristica basilare nel cinema di Costner, così come i forti contrasti con la claustrofobica città, in cui tutto ha un significato diverso, dove anche la pioggia può essere un nemico insormontabile.
C’è tanto grande cinema in Terra di confine
Da Howard Hawks a John Ford ad Anthony Mann, tanto per parlare di qualche classico, e poi Clint Eastwood, con cui Costner ha lavorato nel magnifico Un mondo perfetto e di cui ritroviamo la sua dilatazione temporale e la tensione sentimentale de I ponti di Madison County e la rabbia sommersa e poi dirompente de Gli spietati.
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Un’alchimia complessa e difficile da equilibrare che proprio nel finale segna il passo, senza però intaccare il resto, grazie anche a un cast perfetto e, soprattutto, a Robert Duvall, capace di un’interpretazione davvero memorabile.
Terra di confine è un western, quindi un film di genere, o meglio, del genere per eccellenza da cui deriva tutto il cinema americano che conosciamo. Un concetto perfettamente riassunto in questo film.


