Buona parte del cinema americano degli ultimi anni deve tantissimo a un periodo aureo della sua storia filmica, ovvero quegli anni Settanta che ci hanno regalato film e cineasti che, chi più chi meno, hanno rivoluzionato il linguaggio cinematografico e, allo stesso tempo, hanno impresso su pellicola un’epoca di cambiamenti storici e sociali per gli Stati Uniti che hanno poi coinvolto il mondo intero.
Tra i tanti è impossibile non ricordare Bob Rafelson che, insieme a un meravigliosamente complice Jack Nicholson ci regalò due opere fondamentali come Cinque pezzi facili e Il re dei giardini di Marvin. Non tutti gli autori di quegli anni hanno poi avuto la stessa dose di fortuna e Rafelson è stato uno di quelli che, nei decenni a seguire, ha avuto maggiori peripezie, dividendosi negli ultimi dieci anni tra thriller di buona fattura come La vedova nera e Blood and Wine, e incursioni raffinate nell’erotismo patinato. Non sorprende quindi trovarlo dietro la macchina da presa per No Good Deed.
Tratto da un racconto di Dashiell Hammett, questo thriller da camera ha infatti una forte tensione sessuale, esplicitata dalla presenza di un oggetto del desiderio come Milla Jovovich e reso ulteriormente tragressivo dalla controparte Samuel L. Jackson, il tutto stemperato da una dose di humour tipica del cinema di Rafelson.
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Un gioco che avrebbe potuto funzionare benissimo, se solo supportato da una sceneggiatura meglio costruita ed equilibrata che, pur rispettando tutti i canoni del racconto poliziesco degli anni Quaranta, vedi i continui colpi di scena e il ribaltamento delle forze in campo, non riesce a dare continuità a una storia altrimenti intrigante. Lo sceneggiatore Christopher Canaan si perde purtroppo nei nodi essenziali dell’intreccio, prefendo soffermarsi sul rapporto tra carceriera e prigioniero, dimenticando ogni tanto di dare un senso a quello che vediamo sullo schermo.
Peccato, perché i personaggi sono ben caratterizzati e portati sullo schermo da un gruppo di ottimi interpreti, su cui brilla uno Stellan Skarsgard eccellente, mentre Rafelson non ha certo perso la mano dei giorni migliori. Eppure tutto resta sempre sospeso, orfano della scintilla che farebbe infiammare un giallo dalle buone potenzialità.
Resta la soddisfazione di vedere Milla Jovovich versione dark lady e il talento visivo di Rafelson, che riesce ancora a supplire dove la penna non riesce ad arrivare.
Un gioco che avrebbe potuto funzionare benissimo, se solo supportato da una sceneggiatura meglio costruita ed equilibrata che, pur rispettando tutti i canoni del racconto poliziesco degli anni Quaranta, vedi i continui colpi di scena e il ribaltamento delle forze in campo, non riesce a dare continuità a una storia altrimenti intrigante.
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Voto6


