Piovuto dal cielo è l’ennesima dimostrazione di quanto gli australiani siano eccentrici. Basti pensare al loro sport nazionale, il football australiano. Due squadre di cristoni si fronteggiano su di un campo lungo centocinquanta metri, largo una cinquantina, contendendosi una palla ovale che si può passare calciandola o dandole un pugno. Scopo del gioco: far passare il suddetto pallone in mezzo ai pali avversari. Regole: poche. Basti pensare che se qualcuno si fa male il gioco non si ferma. Comunque è uno sport entusiasmante.
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Questa è solo una delle tante bizzarrie di un popolo giovane e lontano da tutto, il che permette loro di mantenere una certa freschezza e creatività anche in ambito cinematografico. La New Wave australiana degli anni Settanta è ormai un ricordo, i vari Peter Weir, Philip Noyce, George Miller e compagnia sono stati cooptati da tempo dagli studi hollywoodiani, così come gli attori più di grido, ma qualcosa di interessante si continua a vedere.
Piovuto dal cielo è una simpatica commediola sentimentale
Basata sulla storia vera di un camionista, Danny, le cui tanto attese vacanze vengono cancellate a causa della sua fidanzata, Trudy. Danny, in raptus di sconforto, lega dei palloni gonfiati a elio a una sedia da giardino e vola via, letteralmente. Un violento temporale lo farà arrivare nella verde cittadina di Clarence, dove conosce Glenda, l’unica addetta ai parcheggi della città.
Portata avanti con professionalità da Rhys Ifans e Miranda Otto, giovani comprimari a cui viene offerta la possibilità di essere protagonisti. I due non sprecano l’occasione, ma la cosa che senz’altro farà restare nella memoria questo film di Jeff Balsmeyer è la sdraio volante che porta il protagonista verso la sua nuova vita, un esempio lampante di quella vena grottesca e visionaria che ha contraddistinto il cinema australiano fino a oggi. Si potrebbero fare molti esempi, ma purtroppo non sono mai arrivati sui nostri schermi, basterebbe pensare a Dead Letter Office, con protagonista proprio Miranda Otto, ma sarebbe solo la punta dell’iceberg.
Fa piacere vedere una major italiana come Medusa distribuire un film oceanico che non abbia a che fare con anelli e orchi, ma non basta un’isolata iniziativa per ricominciare a guardare il cinema australiano con l’interesse che merita. Così come non basta la Fandango di Domenico Procacci, la cui limitata disponibilità di sale impedisce una buona circolazione del prodotto.
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Speriamo le cose cambino, perché quella australiana è una cinematografia che ha bisogno di vetrine internazionali per riprendere fiducia e tirare fuori nuovi talenti che hanno solo bisogno di guardarsi intorno e raccontare le loro storie.
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Voto6


