Address Unknown descrive la vita tragica di tre giovani di Pyongtaek, una cittadina coreana a lungo dominata da una base militare USA. Chang-Guk, figlio di una prostituta coreana e di un soldato afroamericano, vive in periferia con la madre in un vecchio bus ristrutturato. Jihum è il figlio di un reduce della guerra di Corea e fa l’assistente di un ritrattista. Eunok è una timida studentessa che ha perso il padre in guerra ed è cieca da un occhio a causa dei giochi di guerra di suo fratello.
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Senza che i tre se ne rendano conto, le loro sono vite segnate dalla guerra di Corea, un conflitto che, almeno in teoria, dovrebbe essersi concluso cinquant’anni prima. La realtà crudele di cui sono prigionieri rivela come siano tutti marchiati in maniera indelebile della storia recente del Paese.
Il cinema di Kim Ki-Duk è un qualcosa che resta impresso nella pelle, come la salsedine dopo aver fatto un bagno al mare, qualcosa che solo dopo diverse ore si riesce a digerire. La sua è una capacità unica: quella di riuscire a rendere incondizionatamente poetico anche il gesto più basso di ogni uomo, a portarne anzi alla luce il lato più animalesco e indegno descrivendolo come un qualcosa di estremo e lirico.
Non più i paesaggi, i lunghi silenzi e le distese d’acqua di Seom, ma uomini e donne insoddisfatti dell’esistenza che conducono, che gridano, picchiano, compiono le azioni più vergognose e bizzarre; campagne, serre e risaie, magazzini di cereali e rudi mattatoi per cani.
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La crudezza non è nuova per Kim Ki-Duk, una violenza verso se stessi, verso la propria vita che in realtà è solo sopravvivenza, più che verso le vittime deputate di volta in volta, in un continuo tentativo di essere migliori e di compiere atti catartici. Così come non sono nuovi gli intensi sguardi delle sue attrici, gli amori estremi e incondizionati, dettati da un istinto che forse più spesso dovrebbe ritrovare qualunque animale-uomo.
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