Sarebbe interessante capire perché le figure di grandi trasvolatori americani sono così controverse. Amelia Earhart, in questo caso, ma pensiamo anche a Charles Lindbergh, primo uomo a sorvolare l’Atlantico in solitaria, molto più vicino alla cultura nazista che al New Deal di Roosevelt, tanto che Philip Roth lo ha scelto come cavallo di Troia di Hitler nel suo magnifico romanzo Il complotto contro l’America.
Amelia Earhart fu la prima donna a sorvolare l’Atlantico
In compagnia prima e in solitaria poi. Fu detentrice di numerosi record aviatori femminili e misteriosamente scomparve duranta la penultima tappa del suo tentativo di giro del mondo. E anche fu un personaggio ambiguo, molto ben costruito da una campagna stampa astuta e massiccia, creata appositamente per dare all’America un contro altare femminile al non troppo simpatico Lindbergh.
Earhart è stata, più che una aviatrice di valore assoluto, una figura fondamentale per l’emancipazione della donna in un periodo tragico e allo stesso tempo straordinario come la Grande Depressione, a cui seguì il New Deal rooseveltiano. Portata sullo schermo, grande e piccolo, più volte, una volta anche dalla grande Diane Keaton, Amelia ha in questo biopic diretto da Mira Nair le fattezze della due volte premio Oscar Hilary Swank, come sempre fisicamente trasformata per entrare al meglio nella parte.
LEGGI ANCHE: L’intrigo della collana: la storia di Jeanne de la Motte
Al suo fianco un cast di prim’ordine, da Richard Gere a Ewan McGregor, fino a Christopher Ecclestone, ma nonostante la confezione sontuosa e l’attenta ricostruzione storica, questa celebrazione dell’eroina dell’aria degli anni Trenta non coglie nel segno, anzi. Il ritratto che viene fuori è confusionario, probabilmente perché la sceneggiatura è tratta da due diverse biografie, e soprattutto non è affatto positiva la figura che viene trasmessa al pubblico, un mito creato dalla bravura di un editore esperto di relazioni pubbliche, ma nel privato donna tanto libera quanto egoista.
È piuttosto evidente che questa discrepanza con l’atmosfera celebrativa della pellicola sia dovuta a una pessima gestione del film da parte della Nair, regista che già in altre occasioni ha dimostrato di non essere in grado di amalgamare gli ingredienti con i corretti equilibri. Un limite di cui risente soprattutto la Swank, molto al di sotto dei suoi standard in un ruolo oltretutto estremamente sentito, ma che non riesce a fare suo in nessun momento del film. Anche il resto del cast, McGregor su tutti, è palesemente spaesato.
VOTA AMELIA SU LETTERBOXD
Unico come sempre perfettamente a suo agio Richard Gere, attore che con gli anni migliora, a dimostrazione del fatto che l’aver esordito al cinema con Terrence Malick non era decisamente un caso.


