“Mi ispiro moltissimo all’espressionismo tedesco, sono convinto che sia stato uno dei periodi che ha dato di più all’arte cinematografica.” Così parlò Robert Schwentke, regista di Flightplan, tedesco che, come molti suoi connazionali che proprio dell’espressionismo furono massimi fautori, è stato artisticamente adottato dagli Stati Uniti al suo terzo film, grazie all’interesse suscitato con Tattoo, opera d’esordio tra il thriller e il grand guignol ben costruita e altrettanto riuscita.
Niente di meglio, quindi, che avere l’occasione di confrontarsi con una grande produzione hollywoodiana, con a disposizione una sceneggiatura sviluppata dal bravo Billy Ray (Suspect Zero, L’inventore di favole) e un’attrice protagonista del calibro di Jodie Foster.
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Proprio la presenza della due volte premio Oscar e il plot intrigante, un ingegnere aeronautico (la Foster appunto) che durante un volo tra Berlino e New York non trova più la sua bambina, fanno tornare alla mente uno dei grandi classici moderni: Contact. Anche nel film di Zemeckis tutto si basava sulla ricerca di qualcosa che solo una persona era convinta che esistesse, mentre tutti la guardavano come una pazza.
“È vero, buona parte dei film che ho fatto si basano su quest’assunto” ci ha detto la stessa Jodie Foster. “Se osservi bene anche Sommersby, Nell e persino A casa per le vacanze hanno un elemento di questo genere in comune. Credo sia qualcosa che abbia anche a che fare con le mie scelte professionali. Mi piace fare sempre cose nuove e cercare di stare un passo avanti agli altri. Magari ogni tanto mi sbaglio, ma preferisco almeno provarci“.

Una scelta coraggiosa, quindi, quella di affidarsi a un regista che per la prima volta si confronta con i grandi apparati americani, in un film in cui è fondamentale mantenere sempre la giusta tensione e in cui l’intreccio deve essere ben riuscito, dato che per un thriller già così significa essere a metà dell’opera.
E proprio metà di Flightplan funziona, la prima per l’esattezza, con l’inizio in puro stile espressionista, come da desiderio di Schwentke, e una costruzione spaziale interessantissima, resa attorno a un’anormale vacuità all’interno della comunque claustrofobica fusoliera di un aereo. Un elemento di modernità che contribuisce non poco anche ad altre suggestive scelte stilistiche, tra futurismo e, guarda caso, proprio lo Zemeckis di cui sopra.
Tecnicamente Flightplan è un film ineccepibile
Purtroppo non riesce a mantenere quanto di buono fa vedere nella prima ora. Non si può tirare la corda troppo a lungo quando si racconta una storia ad alta tensione, e quando si svela la realtà delle cose bisogna fare in modo che lo spettatore scopra che sia valsa la pena l’attesa e la tensione accumulata.
Purtroppo questo non accade, la spiegazione è piuttosto banale e scontata, così come la risoluzione del duello tra la protagonista e lo smascherato uomo cattivo, anche se il regista, alla nostra domanda di quanto l’11 settembre abbia influito sul film, ci fa capire che è stato in qualche modo necessario cambiare alcune cose dal progetto originale.
“Inizialmente la scomparsa della bambina doveva servire come ricatto per poter dirottare l’aeroplano e dato che lo sviluppo della sceneggiatura è precedente all’11 settembre, la storia filava alla grande. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle si sono dovute necessariamente cambiare delle cose, così come la figura del protagonista che doveva essere un uomo, ma quando Jodie si è interessata al film è stata lei stessa a farci capire che il rapporto tra madre e figlia è molto più forte. In questo modo la storia ci guadagna come introspezione psicologica, senza perdere troppo in ritmo e azione.”
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Flightplan è uno di quei film che lasciano l’amaro in bocca, facendo sperare in qualcosa che da tempo non si vede in un film americano, ovvero la creatività, ormai marchio di fabbrica delle serie tv, unito a una sensibilità cinematografica europea.
Purtroppo quando la prima viene a mancare, la seconda non può sopperire più di tanto.


