Urchin è l’opera di esordio alla regia di Harris Dickinson, uno degli attori più interessanti degli ultimi anni, lo ha dimostrato lavorando con un regista esigente come Ruben Östlund nel film vincitore della Palma d’oro a Cannes 2022 Triangle of Sadness. Dopo avere sottomesso Nicole Kidman in Babygirl, presentato a Venezia 2024, l’attore britannico è tornato sulla Croisette nel 2025 con questo suo debutto dietro la macchina da presa, ritagliandosi anche un piccolo ruolo, ma solo per un problema di casting dell’ultimo minuto.
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Presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2025, Urchin è la storia di Mike, un giovane senzatetto nella Londra di oggi che vive di espedienti, dorme all’aperto, rincorre fugaci sballi. Dopo avere rapinato e picchiato un uomo che stava cercando di aiutarlo, finisce in carcere per alcuni mesi, periodo che lo aiuta a disintossicarsi per tornare nel mondo con la voglia di tornare in carreggiata, anche grazie all’aiuto dei servizi sociali. Purtroppo la sua è una spirale da cui è difficile uscire.
Dickinson ha studiato bene le lezioni dei grandi cineasti del realismo sociale britannico, Ken Loach, ma ancora di più Andrea Arnold e Mike Leigh. Il senzatetto Mike ha non pochi tratti del nichilista Johnny nella notte londinese di Naked, e nonostante gli oltre trent’anni tra un film e l’altro, in entrambi si coglie la violenza di una società e di una metropoli che non fa sconti a nessuno.
Dickinson tratteggia assai bene una Londra non usuale, lontana da Notting Hill e dal centro turistico, molto più vicina alla sua contemporaneità, quella dei quartieri della zona est dove la gentrificazione sta spingendo il proletariato, oppresso da un costo della vita sempre più insostenibile. Mike è una di quelle cellule impazzite di questa società, e l’attore e regista Dickinson lo racconta senza fare sconti.
Il realismo è senz’altro la qualità migliore di Urchin
Molto meno lo sono gli inserti onirici che Dickinson si concede, sorta di tassa cinematografica di questo scorcio di secolo a cui sono tanto affezionati molti giovani cineasti, la maggior parte a dire il vero proprio provenienti dal Regno Unito. Niente di irreparabile, ma l’asciuttezza della tragedia umana da solo avrebbe certamente reso il film più potente.
Grande merito va Frank Dillane, attore che gli appassionati di zombie seriali conoscono bene per il suo ruolo in Fear of the Walking Death, ma che negli ultimi anni ha fatto scelte estreme al cinema, come il ruolo del perfido proprietario terriero nel non facile Harvest di Athina Rachel Tsangari.
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Notevole, da tenere d’occhio, come Harris Dickinson dietro la macchina da presa. Il talento c’è, la sensibilità nel raccontare anche, smussando entrambe potrebbe regalare piacevoli sorprese in futuro. Soprattutto evitando retorici e superflui voli pindarici.


