Il cinema di genere, soprattutto per quanto riguarda l’action e il poliziesco, avrebbe bisogno di una ventata d’aria nuova, indipendentemente dalle visioni maniacali di Quentin Tarantino. Prima di Hostage, Florent Siri si era già distinto nel 2002 con il sorprendente Nido di vespe, polar francese con suggestioni carpenteriane e desideri alla Sergio Leone, a cui avevano partecipato ben comportandosi anche i nostri Angelo Infanti e Valerio Mastandrea.
Lo stile asciutto ed elegante di Siri lo ha fatto conoscere anche negli Stati Uniti, tanto che Bruce Willis lo ha scelto per cercare di ritirare su la sua carriera, da qualche tempo un po’ imbolsita, con un giallo dai molti colpi scena.
Hostage è tratto da un romanzo di Robert Crais, esperto costruttore di noir, ed è strutturato in maniera assai classica, con un prologo in cui il personaggio principale, il negoziatore Bruce Willis, deve affrontare la crisi che sarà poi alla base delle successive vicende. Dopodiché lo sviluppo ricorda molto un classico come Ore disperate, specialmente nella seconda versione di Michael Cimino.
Hostage non si discosta dal genere per evitare di strafare
Le due storie parallele dell’assedio e del rapimento corrono con un certo equilibrio, e Siri, per fortuna, non si allontana dai suoi miti personali, l’influenza carpenteriana continua a essere fortissima. Anche qui i riferimenti a Distretto 13 sono evidenti, così come il fatto che i nemici, i cattivi, sono delle entità non meglio identificate, volutamente ambigue, come spesso il regista di 1997: fuga da New York ha amato fare nel suo cinema.
Il cast è in buona forma, con un Bruce Willis melodrammatico in stile Shyamalan che richiama al suo fianco un caratterista solido come Kevin Pollak, già sperimentato nel dittico di FBI: protezione testimoni nei panni di padre e figlio Gogolak. Molto efficace il giovane Ben Foster, che ricordiamo in The Punisher e 11:14: destino fatale, nei panni dello psicopatico Marshall.
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I molti colpi di scena, il look patinato senza eccedere, le scene rallentate al posto giusto e l’ottimo montaggio contribuiscono a fare di Hostage un prodotto di tutto rispetto all’interno di un filone che negli ultimi anni non ci ha regalato molte chicche.
Se escludiamo infatti delle piacevolissime sorprese, come Il negoziatore di F. Gary Gray, non abbiamo avuto modo spesso di vedere opere che rendessero merito al noir nel giusto modo. Purtroppo, nonostante una produzione letteraria prolifica e di livello medio piuttosto elevato, non esiste una produzione cinematografica di eguale valore.
Una questione su cui sarebbe necessario dibattere, soprattutto considerando che il cinema hollywoodiano va avanti a colpi di remake e sequel. Tanto di cappello, quindi, a Bruce Willis, uno dei superstiti della generazione degli attori ristoratori che meglio si è riuscito a riciclare, soprattutto a fronte di un talento di livello decisamente superiore.
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Sempre più attento e coraggioso nelle sue scelte, al contrario dei suoi colleghi Stallone e Governator, Willis ha ricreato la figura del suo eroe senza macchia rendendolo fallibile ed emotivamente fragile, mantenendo però intatti i valori basilari del cinema mainstream americano, ovvero la famiglia e l’onestà delle forze dell’ordine.
Auguriamo all’ex marito di Demi Moore che questa sua produzione abbia maggior fortuna rispetto a Hudson Hawk, incompresa commedia gialla firmata dal troppo facilmente dimenticato Michael Lehmann, sperando che possano esserci altre operazioni che riportino in voga il noir, genere che proprio per la sua universalità sarà sempre gradito a un pubblico non solo di appassionati.


