È bello sapere che esistono ancora dei registi iconoclasti, liberi pensatori di cinema e di vita, avulsi a dinamiche di mercato e logiche di multiplex. Jonathan Demme è uno di questi e anche se a prima vista The Manchurian Candidate può apparire come l’ennesimo prodotto di una major costretta ad affidarsi a un remake, in realtà ci troviamo di fronte a ben altro.
Tratto dal romanzo di Richard Condon che aveva già ispirato il bellissimo film di John Frankenheimer che in Italia arrivò con il titolo di Va e uccidi, con il precedente cinematografico questa versione moderna ha una linea di continuità rappresentata più che altro dalla produttrice, figlia di Frank Sinatra che era protagonista della pellicola originale.
Tutto il resto cambia e viene, ovviamente, aggiornato: la guerra non è più quella di Corea, ma l’Iraq del 1991, il nemico non è più il blocco sovietico, ma una potentissima multinazionale che manovra i fili per far sì che il suo candidato raggiunga il potere politico ed economico degli Stati Uniti. E cosa più importante, il protagonista è un afro-americano, Denzel Washington, il che innesta The Manchurian Candidate nella linea cinematografica nera che Demme ha intrapreso da anni, sin da Qualcosa di travolgente, e che si è ulteriormente accentuata da Beloved in poi.
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Proprio questa voglia da parte del regista di Philadelphia di dare una svolta black al suo cinema e a questo film fa capire che ci si trova di fronte a un’opera fortemente sovversiva, in cui i centri del potere vengono attaccati da una classe sociale ed etnica a cui in America vengono sistematicamente tolti i diretti di base del cittadino, come per esempio votare per il candidato democratico nello stato nella Florida.
Ma Demme arriva a questa denuncia per gradi, facendo partire The Manchurian Candidate come un thriller intricatissimo, come già fece per Il segno degli Hannan, struttura ripresa poi per Il silenzio degli innocenti, in cui la narrazione per piani paralleli finisce col convergere in un prefinale in cui i nodi vengono al pettine, per gettarsi poi in un adrenalinica resa dei conti che, in questo caso, è più ideologica e politica che altro.
Il duello tra il maggiore Bennett Marco e il senatore Raymond Shaw si risolve con un gesto estremo teso alla ricerca del benessere della Nazione, a patto che siano degli Stati Uniti democratici in cui anche le minoranze vengano finalmente ascoltate e a cui venga riconosciuto il loro contributo per lo sviluppo del paese.
The Manchurian Candidate può essere quindi a ragione definita come un’opera di fantapolitica
Genere che da anni non si vedeva sugli schermi e che potrebbe tornare prepotentemente di moda, vista la tesa situazione mondiale che certo favorisce lo sviluppo d’intrighi cinematografici in cui l’Ordine sia costituito in seguito alle sue malefatte.
Ma c’è anche un altro fattore assai interessante che va a completare il quadro: Demme ha girato un film che è anche una profonda riflessione sulla natura umana, sull’incredibile resistenza che ogni persona può avere nei confronti dei condizionamenti esterni.
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Anche questa soluzione narrativa ha però le sue radici sociali e politiche, trasmettendo allo spettatore il messaggio, neanche troppo recondito, di pensare con la propria testa, senza essere influenzati dai messaggi che ci bombardano quotidianamente e che dovrebbero indirizzare le nostre scelte e i nostri consumi.
Per questo c’inquieta scoprire che, come sempre più spesso accade nel cinema degli ultimi mesi, addirittura più che negli ultimi anni, il nemico altri non è che una corporation. D’altra parte il cinema ha sempre visto le società per azioni come un pericolo per l’umanità, ce lo disse per primo Fritz Lang in Metropolis e Demme non è stato l’ultimo, basti vedere il recentissimo Resident Evil: Apocalypse.
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Il cast di The Manchurian Candidate asseconda convinto le idee quasi rivoluzionarie di Demme: Denzel Washington è un maggiore Franco sufficientemente confuso, anche se con alcune preoccupanti espressioni facciali di maniera. Liev Schreiber, nei panni del senatore Shaw, ha finalmente modo di esprimere il suo talento in ruolo di primo piano, ma purtroppo ha la sfortuna di avere al suo fianco una Meryl Streep eccezionale, per la prima volta in un ruolo negativo e che riesce addirittura a non far rimpiangere la grande interpretazione di Angela Lansbury in Va e uccidi.
Come dire: la classe non è acqua.


