Robert Redford si è sempre preoccupato per il futuro del suo paese. Democratico, ambientalista, sostenitore dei giovani talenti, Redford doveva prima o poi dire la sua anche sulle scelte di politica internazionale fatte dall’attuale governo americano. Lo in Leoni per agnelli, affrontando anche altre importanti questioni, come il diritto allo studio, l’importanza dell’educazione superiore, la gestione del potere da parte dei rappresentanti del popolo al Congresso e al Senato, l’importanza di una corretta informazione da parte dei media.
Leoni per agnelli dovrebbe essere un film di fondamentale importanza
Visto il momento storico difficile che stiamo attraversando. Eppure non riesce a cogliere nel segno, anzi, rischia di generare l’effetto contrario.
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La cosa interessante su cui riflettere è proprio questa: perché il cinema di denuncia oggi è terribilmente noioso e melodrammatico? Quello americano ha trovato nuova linfa grazie alla guerra in Iraq, al post 11 settembre, alle ingiustizie di un’amministrazione assai poco illuminata. Eppure, pur con tutto questo ben di Dio a disposizione, non si riesce a vedere un film che assolva al compito cui è preposto in maniera soddisfacente.
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Da Farhenheit 9/11 a Rendition, da Nella valle di Elah a questo Redford all star, il problema è sempre lo stesso: si parla troppo. E tra tante cose giuste, oltretutto, ci scappa sempre il discorsetto patriottico sull’importanza della difesa del paese che fa naufragare tutto.
Anche Leoni per agnelli ha lo stesso problema
Dopo avere messo in mutande le tattiche suicide degli strateghi da scrivania, puntato il dito contro le ingiustizie della costosa educazione americana che tarpa le ali a quei giovani poveri ma di talento, e rivelato al pubblico di non fidarsi dell’informazione, diventata ormai solo un business e non più una professione basata sulla divulgazione della verità, crolla miseramente ricordando che gli Stati Uniti hanno bisogno di eroi e di sacrifici, con una dose di melodramma decisamente fuori luogo.
C’è di che andare orgogliosi del nostro passato, quando Petri e Rosi denunciavano appassionando e incassando una lezione andata perduta dalle nostre parti, ma evidentemente mai assimilata da quelle dell’Impero, dove un film pacifista finisce con l’essere l’ennesimo tentativo di un divo in difficoltà come Tom Cruise (guarda caso anche produttore) di recuperare punti.


