Forse dovremmo imparare qualcosa dagli americani. Magari come riuscire a fare dei film estremisti e fortemente politicizzati, spacciandoli per opere in cui ‘il motore principale è l’amore. Quell’amore che ci permette di superare le prove più incredibili.’
Parole di M. Night Shyamalan in persona
Ma che, per quanto sincere, non potranno distogliere l’attenzione da ciò che realmente è The Village: un attacco frontale al mondo industriale e capitalista, un atto d’accusa nei confronti dell’attuale amministrazione americana, un film in cui niente è come sembra, oppure tutto è come deve essere.
Non va raccontata la storia di questo sesto film (o senso?) del regista indiano, ‘il sogno americano fatto persona, il sottoscritto come i milioni di immigrati che hanno fatto grande l’America’, ma è utile trasmettere l’inquietudine che la accompagna, oltre a quella spiacevole sensazione per cui c’è inevitabilmente qualcosa che non va.
The Village, Stati Uniti, 1897
Una comunità rurale è costretta a una detenzione forzata nei confini del suo villaggio a causa di misteriose creature che popolano il bosco circostante. Oltre questi mostri misteriosi, gli anziani scoraggiano i contatti con la città, luogo di perdizione che non ha restituito i molti che vi si sono avvicinati.
I più giovani sono ovviamente desiderosi più dei genitori di cambiare le cose, di fare qualcosa, ma nel momento in cui scatta un’inattesa tragedia, si cerca una soluzione che non causi dolore.
Uno degli elementi basilari per poter entrare nell’atmosfera di The Village è accettare un sentimento primordiale come la paura, farne la propria compagna di visione comprendendo i segnali, i messaggi che questa pulsione ci invia.
‘Anch’io mi sono chiesto spesso se la paura sia un sentimento positivo o negativo. Temere ciò che non conosciamo’ ci ha detto il Night.
‘Ci protegge nella maggior parte dei casi e credo sia qualcosa che rechiamo nel nostro patrimonio genetico. Sono convinto però che sia una cosa giusta sfidare i nostri timori, per questo nei miei film amo smascherare la paura, perché solo capendo per quale ragione una cosa ci spaventi saremo in grado di capirla e girarla a nostro vantaggio.’
La stessa cosa accade ne Il sesto senso, la paura di scoprire l’inevitabile, mentre in Unbreakable è quella di sapersi un diverso, e lo stesso vale per l’attesa estenuante che qualcosa accada in Signs.
The Village è cinema di Shyamalan al cento per cento
Per struttura narrativa, tempi dilatati, ma si scorge anche altro, una poco velata critica al sistema che costringe le persone a essere ciò che la macchina della società vuole, plasmandole a seconda delle esigenze.
Può sembrare un discorso incredibile per una persona che proprio grazie al sistema economico americano è riuscita a diventare ciò che è, eppure la disperazione da cui la comunità fugge fa paura, come la violenza fatta alle nuove generazioni, costrette a non ampliare i loro orizzonti.
Proprio come accade negli USA di oggi, dove un ragazzo oppresso dal sistema sociale ed economico statunitense non può aspirare a un grado d’istruzione uguale a quello di un benestante.
C’è una grande calma registica che contraddistingue la prima parte del film, sino al cambio di ritmo che coincide, come in Unbreakable, alla scoperta dell’eroe.
Shyamalan infonde l’usuale stillness della sua produzione; gli attori hanno tutti più o meno la stessa espressione sofferente di Bruce Willis per due film, con William Hurt e Adrien Brody su tutti, il secondo soprattutto per la sua straordinaria fisicità.
Un discorso a parte va fatto per Bryce Dallas Howard
Figlia di Ron nata praticamente sul set dell’ultima puntata di Happy Days. Al suo primo film dimostra una maturità notevole.
Come spesso accade per i film M. Night Shyamalan, raccontare la trama significherebbe conoscere un finale che è necessario scoprire per oltrepassare quel velo oscuro che si cela in ogni essere umano.


