Deliziosamente sopra le righe. Questo potrebbe essere uno dei tanti modi per definire Tokyo Godfathers di Satoshi Kon, una parabola di buoni sentimenti mescolati alle meschinità, pochi giorni di crescita interiore e di unione familiare.
Con una narrazione pacata, senza fretta o ansie di spettacolarità, si viene introdotti in un sottobosco urbano composto da barboni, gente comune, ragazzacci, famiglie disperate. E ci si accorge, dalle inquadrature dettagliate che tutti questi abitanti invisibili hanno qualcosa, un dolore, una vecchia ferita, che li accompagna. È una sofferenza taciuta e ricordata con un sorriso amaro, è un sentimento di simpatia stabilita con profonda comprensione.
LEGGI ANCHE: Paprika: torna al cinema il capolavoro di Satoshi Kon
Lo stile di Kon è sempre ricercatissimo e, per questo suo terzo lungometraggio, si concentra molto sulle fisionomie dei personaggi, esasperate fino al macchiettistico, a rendere più evidenti delle emozioni comunque forti, dei sentimenti a cui la loro attuale condizione sociale non impedisce di venir fuori. Non è più sconveniente per i tre barboni di Tokyo gridare ciò che pensano, disappunto o amore che sia, tanto nessuno farebbe caso a loro in ogni caso, nessuno farebbe notar loro un’etichetta da rispettare.
Al tratto cartoonistico e grottesco delle persone si contrappone la minuziosa rappresentazione della città, con sfondi curatissimi, ricchi di oggetti, a volte sobri, altre sovraccarichi di particolari. Praticamente una dichiarazione d’amore per Tokyo, città multiforme in bilico tra vecchio e nuovo, ricchezza e povertà, freddo senso dell’estetica e calore umano. La paletta di colori è particolarissima: caldi colori sfumati, quasi un revival dal gusto retrò, tonalità poco viste nei lungometraggi d’animazione moderni.
Kon si è ispirato a The Three Godfathers di John Ford
Per i passi che muove, si potrebbe quasi dire che ne è un remake animato proveniente dal Sol Levante. Ma ben presto ci si accorge che Tokyo Godfathers prende una strada propria e lo fa per forza di cose. Per cercare un’identità giapponese innanzi tutto, ma anche per raccontare una miseria diversa, tutta cittadina, una frontiera nuova, quella della conquista al diritto di esistere, di sopravvivere, di avere una dignità, un ruolo, un’identità anche in mezzo alla disperazione.
Il Natale di Tokyio Godfathers
È ambientata durante il periodo natalizio questa vicenda di buoni sentimenti e meschinità che tornano a galla, ma non per questo sentirete cori a festa o vedrete abeti addobbati. Non ci sono regali per queste persone, non c’è il veglione, né la messa di mezzanotte. Eppure il Natale riempie l’aria di Tokyo Godfathers. È una sorta di magia, un qualcosa di superiore che tutto vede e tutto unisce. La bimba sperduta prende la funzione di un messo divino, il pretesto che muove la vicenda, che porta i tre protagonisti a indagare, a scoprire lati di loro stessi che non conoscevano o che non ammettevano, a ritrovare persone perdute, a riunire le famiglie, a curare le ferite, a dare un senso, a volte persino una risposta, alla disperazione.
LEGGI ANCHE: Perfect Blue di Satoshi Kon nelle sale solo il 22, 23, 24 aprile
La magia è l’elemento che permea l’intera pellicola, che salva la piccola Kiyoko, ma anche Hana il travestito, che combina le coincidenze e fa rincontrare padre e figlia, più volte e in più casi. E il tutto si svolge con la struttura di un giallo, un po’ scanzonato magari, ma efficace. Raccolgono gli indizi i nostri tre homeless, seguono la pista come farebbe un investigatore. Ma le loro ragioni sono diverse, sono più umane, più vere. Perché vedere una bimba abbandonata e decidere di amarla è forse la cosa più naturale che esista e tutti possiamo identificarci e capire il perché di questa piccola crociata nella miseria cittadina. E forse questo Kon lo sapeva già.


