Ieri, giovedì 27 novembre, 40 secondi ha incassato 14.150 euro, portando così l’incasso complessivo a 556.598 euro dopo otto giorni di programmazione. Visti i risultati complessivi del box office di questo periodo, teoricamente non c’è di che meravigliarsi. Nella stessa giornata si trova Oi vita mia, nuovo film della coppia comica pugliese Pio e Amedeo, al secondo posto dietro Zootropolis 2, con 249.000 euro, praticamente la metà dell’incasso del bel film di Vincenzo Alfieri.
Ora, senza essere faciloni o qualunquisti, ma molto pratici, che una commedia possa andare meglio di un film drammatico tratto da una tragica storia vera ci sta, non è un problema. Ma è indubbio che da un film che racconta un fatto di cronaca che ha scosso l’Italia intera non più tardi di cinque anni fa, e ancora d’attualità, dato che è stato confermato in questi giorni l’ergastolo a uno dei fratelli Bianchi, Marco, mentre a Gabriele è stato concesso un terzo processo d’appello, ci si potesse aspettare di più.
È utile ripercorrere le fasi del lancio di 40 secondi
Tutto è stato fatto secondo i crismi. Un trailer di grande impatto, lanciato il 6 settembre, anniversario della morte di Willy. A seguire, l’anteprima alla Festa del cinema di Roma, con ottime recensioni da parte della stampa e reazioni del pubblico di grande rilevanza, sia emotivamente che per le qualità del film. Un percorso simile a quello fatto da Il ragazzo dai pantaloni rosa, e sebbene non fosse auspicabile il “remake” della cavalcata trionfale conclusasi con dieci milioni di euro d’incasso, certamente una partenza più lanciata non sarebbe stata una sorpresa.
Al momento 40 secondi potrebbe, grazie a un passaparola molto efficace, raggiungere il milione di euro. Ed è un peccato, perché, al di là dei meriti artistici, che ci sono e sono tanti, è un film che dovrebbe essere visto per le ragioni stesse della sua esistenza. Eppure, qualcosa non sta funzionando.
Dall’inizio della stagione, ci sono alcuni film italiani con cui è utile fare un confronto
Tre ciotole, tratto da un romanzo di Michela Murgia, scrittrice amatissima, storia della sua malattia, ha incassato 2.250.000 euro.
Cinque secondi, altra storia dalla forte carica emotiva, film diretto da Paolo Virzì e interpretato da un intenso Valerio Mastandrea che convive con colpa, dolore e un cordoglio che riesce ad alleggerire aiutando una giovane donna incinta, ha portato a casa 2.525.000 euro.
Le città di pianura, sorpresa piacevolissima di questo scorcio di stagione, storia di erranti ubriaconi nel Veneto contemporaneo, film, questo sì, che ha goduto di un eccellente passaparola, ha raggiunto il ragguardevole incasso di 1.538.000 euro.
Spostiamoci geograficamente per un momento, andiamo in Palestina. La voce di Hind Jarab, opera di denuncia come 40 secondi, sebbene i temi siano decisamente diversi, ha portato a casa 1.444.000 euro, grazie alla spinta emozionale del genocidio di Gaza e all’abbraccio collettivo nei confronti dei coraggiosi attivisti della Flottiglia. Willy Monteiro Duarte non ha suscitato gli stessi entusiasmi.
Ma d’altronde, in altri tempi, nel 2003, Ora o mai più, il primo film sui fatti del G8 di Genova, incassò appena 403.000 euro. E Diaz, opera mastodontica per coraggio, scrittura e messa in scena di Daniele Vicari, portò a casa soltanto 1,8 milioni.
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Cosa ci dicono questi numeri, che non mentono mai, come avrebbe detto anche Robert Bernocchi?
Ci dicono che l’Italia ha dei problemi. Seri. Li ha chi si professa di sinistra, che non ha problemi a rendere omaggio a una scrittrice che ha lasciato un vuoto nel panorama culturale. O a non perdersi il film di quel simpatico regista livornese, sai, quello di Ferie d’agosto, manifesto dell’intellighenzia borghese piddina su cui si sono costruite macerie per trent’anni. Per non parlare poi del caso del momento, di cui tutti parlano, e certo non ce lo possiamo fare sfuggire.
Ma la vita è cara, ed evidentemente Willy non è riuscito a rientrare nel budget. Però siamo indignati, sia ben chiaro.
Poi c’è l’altra metà del cielo, quelli che naturalmente condannano quanto successo, però le conseguenze che questi ragazzi stanno pagando per un errore sono forse eccessive. Questo i più moderati. Perché, senza ipocrisia, ci sono pure quelli che dicono che Willy si poteva fare gli affari suoi, e comunque, alla fine… insomma, ci siamo capiti.
E quindi, chi se ne frega che ci abbiano fatto un film
Tirando le somme, non c’è niente di sbagliato nel modo in cui è stato lanciato 40 secondi. Né tantomeno nel film, che merita, eccome. Semplicemente, per alcune cose in Italia è più semplice voltarsi dall’altra parte che guardarle negli occhi. Il cinema civile che ha fatto grande la nostra industria nel mondo, da De Sica e Zavattini a Monicelli, Zampa, Pietrangeli, Petri, Montaldo, ma anche il Gianni Amelio di Colpire al cuore o Lamerica, o il Giordana de I cento passi. Sono lontani non decenni, ma anni luce.
In questi casi si va sempre in cerca di qualche colpevole, ma il discorso è più complesso. Per puro caso, mi è capitato di passare un paio d’ore in un grande multiplex durante un’anteprima 40 secondi per le scuole superiori. E i ragazzi uscivano in continuazione dalla sala, perché abituati a un altro tipo di fruizione, smartphone, piattaforme, con una soglia d’attenzione bassissima legata anche alle molte distrazioni che un’esperienza extra-theatrical inevitabilmente offre.
L’annosa mancanza di una didattica dell’audiovisivo nelle scuole non ha avuto, né avrà, come conseguenza solo un disamoramento nei confronti della sala, ma anche una mancanza di comprensione dell’importanza sociale e politica del cinema. E non solo quello esplicitamente di denuncia, ma anche di genere, nelle sue diverse declinazioni, dall’horror alla commedia al dramma familiare.
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40 secondi, dopo una settimana di programmazione, avrebbe dovuto incassare almeno il doppio, evitando iperboli fantastiche. Il fatto che non ce l’abbia fatta non è una preoccupazione in termini di box office. È un inquietante avvertimento di dove stia andando l’Italia.
C’è una battuta che gira. Suona più o meno così.
“Come ti immagini l’Italia tra cinquant’anni?”
“Un posto pieno di vecchi tatuati”.


