Sono notizie che fanno male, anche se ce lo aspettavamo da tempo. Sophie Kinsella ci ha lasciati due giorni prima di compiere 56 anni e dopo aver convissuto con una malattia crudele.
Lei, che con la sua Becky Bloomwood ha trovato la fama e il modo di arrivare a milioni di donne (ma non solo), era divorata dall’interno da un mostro che le albergava nella testa.
L’impatto di Sophie Kinsella sulla mia vita
Arrivò con garbo, come garbata era la sua scrittura, un giorno che bighellonavo tra gli scaffali di una Feltrinelli. Il rosa della cover e quel titolo così diretto: I Love Shopping. E come darti torto, sorella! Quel libro gridava di essere preso. E dopo ci sono state mille altre letture rosa, ci fu il boom, il genere chick-lit esplose. Non si riusciva a star dietro a tutte le pubblicazioni, ne ho letti torri e torri sbilenche, a un certo punto Il diavolo veste Prada fu trasposto in film (uno di quei casi in cui il film è migliore), ma come lei nessun’altra sapeva raggiungere certe vette. Mancava sempre qualcosa o c’era qualcosa di troppo.
Sophie Kinsella sapeva scrivere molto bene. La sua penna era leggera e insieme pungente, il suo sguardo capace di fissare la realtà femminile in quel preciso momento, sempre in bilico tra frivolezza e profondità, portando i dilemmi quotidiani e un certo esistenzialismo su pagine che volavano via veloci.
Personalmente è stata una compagna di avventure impagabile, e non esaurendosi come un fuoco di paglia, ha accompagnato me, coriacea wannabe della scrittura, attraverso le mille tempeste che nel frattempo la vita mi ha riservato, sempre sorridendo, mai demordendo, valutando sempre un aspetto fondamentale: la capacità di stare nel cambiamento.
Questo facevano i suoi personaggi, Becky e le altre, in una scrittura, la sua, costantemente basculante tra l’invenzione e l’autobiografia. Le sue donne erano capaci di reinventarsi, tutte. E Becky, con la sua costante sindrome dell’impostore, era il modello per chiunque si sia sentito insicuro almeno una volta nella vita. Quindi ognuno di noi.
Oggi che se n’è andata, ho provato a scegliere una frase, mi sono messa davanti alla mia libreria e, ancora una volta, ho sorriso vedendo tutto quel rosa.
Ho scaffali pieni di libri suoi
Scritti con lo pseudonimo o con il suo vero nome, Madeleine Wickham. Anche perché, dopo I Love Shopping, pure i primi romanzi sono stati ripubblicati. Volumi dai quali non potrei separarmi, soprattutto due “fuori dalla serie”: La regina della casa (2005) e Ti ricordi di me? (2008), in cui la protagonista rimette in discussione tutto, compresa la sua identità, perché forse ciò che aveva scambiato per felicità non lo era.
Ed è lì, tra quelle righe, che ho trovato il coraggio di far nascere la mia Sally, leggendo che niente era fissato, obbligatorio, vincolante: si poteva prendere e inventarsi qualcos’altro, senza per questo necessariamente perdere la propria identità. È magnifico, La regina della casa, forse il suo migliore. Una critica alla società senza criticare la società.
Mettendo sempre e imprescindibilmente in discussione per prima sé stessa, Sophie Kinsella restituiva un’istantanea di quanto feroce stesse diventando il mondo, ma occhieggiando verso tutte noi e sussurrando “Amica, non devi per forza stare a questo gioco. Dai, vestiti, che usciamo!”.
Poi è arrivata la malattia
Glioblastoma cerebrale. Qualcosa che sta nella testa e ti fa appena ricordare come si articolano le parole. Non esattamente l’ideale per una scrittrice. Ha voluto raccontarlo, questo male, nel breve romanzo più autobiografico di tutti gli altri. Cosa si prova è una piuma di piombo, un leggerissimo macigno scagliato con la violenza della realtà. Un libro coraggiosissimo, perché ci vuole una immensa dose di coraggio per mettersi a nudo così.
Lo tengo sul comodino perché accompagna anche la mia, di malattia, da poco dopo che me l’hanno diagnosticata. E poche cose sono state in grado di farmi reagire come questo testo.
«Una volta la vita era più divertente» dice Eve. «Il cancro è un vero guastafeste, tra medicine e chemio e morte.»
«Sì» risponde Nick, pensieroso. «È un bastardo. Ma fortunatamente…»
Eve ride, perché “fortunatamente” è una parola chiave nella loro famiglia. Hanno insegnato ai figli che se la attaccano a una qualunque frase negativa, è possibile ribaltare la situazione, ad esempio:
Piove. Ma fortunatamente abbiamo tutti l’ombrello.
Odio l’hockey. Ma fortunatamente gioco anche a calcio.
Ho un cancro incurabile. Ma fortunatamente l’ultima risonanza andava bene.
«Fortunatamente» ripete Nick «possiamo sempre farci una tazza di tè.»
«Sì» conferma Eve. «E ogni tanto anche il pane tostato. Difficile immaginare qualcosa di meglio, no?»
E voi, riuscite a immaginare qualcuno più pregno di ironia e forza della donna che ha scritto questo?
E certo, era lei la prima shopaholic, le marche che snocciola nella serie di Becky Bloomwood non sono mica messe lì a caso.
Già… Becky, che a ogni capitolo fantasticava “Mi chiameranno la ragazza con…”
Chissà quante volte lo ha pensato anche lei. Per me sei “la ragazza dalla penna che vola”, Sophie. Una penna capace di picchiate e di ascensioni, di morbidi atterraggi come di pericolosi avvitamenti, passando tra le nubi e le burrasche.
E grazie, davvero grazie, per essere quell’adorabile pasticciona che poi però era in grado di far funzionare tutto quanto.
«Ed ecco un’altra cosa abbastanza ironica» dice lei. «Quando scrivevo i miei romanzi, il cervello era il segreto del mio successo. Ma adesso è proprio il mio cervello la causa di tutti questi problemi.»
«Il tuo cervello non ha il senso della misura» concorda Nick. «O fa cose geniali o cose dannatamente stupide.»
Eve annuisce. «Sì. È un cervello assurdo. Mi piacerebbe poterlo controllare meglio. Allora potrei scrivere il mio lieto fine e farlo succedere nella vita vera.»


