Rocky Balboa è ormai anziano, vedovo e ritirato dal ring. Gestisce un ristorante a Filadelfia, tormentato dalla solitudine dopo la morte di Adriana, consapevole di averla trascurata quando era in vita, una colpa che lo ha allontanato anche dal figlio, che lo ritiene responsabile della morte della madre. Quando un’esibizione virtuale contro il campione dei pesi massimi Mason Dixon lo spinge a tornare sul ring, il vecchio campione accetta la sfida per dimostrare a se stesso e al figlio che non è finito, in un incontro che diventa un simbolo di redenzione e un’eredità per i posteri.
Alla domanda se ci fosse bisogno del sesto film su Rocky, l’eroe del ring creato quarant’anni fa da Sylvester Stallone, è facile rispondere: sì, ce n’era bisogno. E non perché tutti i precedenti fossero indimenticabili (anzi, di un paio avremmo fatto volentieri a meno) o perché Stallone sia un attore e un regista sopraffino.
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La ragione è molto più semplice: tutti vorremmo essere Rocky Balboa almeno un giorno nella vita. Il pugile dei bassifondi di Philadelphia che si allenava con i quarti di bue nella cella frigorifera è il prototipo di quel sogno americano che non esiste più, quell’uomo alla ricerca della felicità che nel cinema statunitense veniva ritratto una volta da Frank Capra e oggi da Gabriele Muccino (e scusate l’accostamento sacrilego).
Il ritorno dell’eroe coincide con quello dell’icona degli anni Ottanta che cerca di riconquistare il pubblico che per tanti anni lo ha osannato. Anche per questo Rocky Balboa non è un’operazione nostalgia, ma il congedo di un autore (buffo dirlo di Mr. Bocca Storta, ma è così) che ha deciso di mettere di persona la parola fine a un’epoca che tutti disprezzano, ma che nessuno dimentica.
E il voto vale per quello che Rocky Balboa ci ha sempre regalato: la voglia di continuare a correre su per quella lunga scalinata.


