WE LIVE IN TIME
“I’m not a smart man, Jenny, but I know what love is”, diceva Forrest sull’uscio di casa alla sua amata che lo guardava dalle scale. Ma lo sai a memoria, direte voi? Scena per scena.
“Beh, adesso devo andare”.
“E chi lo dice?”.
“Già, e chi lo dice”.
Suona più o meno così lo scambio di battute tra Andrew Garfield e Florence Pugh in We Live in Time. Il genere quelli più moderni lo chiamano dramedy. A Netflix credo lo identifichino come “heartwarming”, che solo all’idea mi viene voglia di strapparmelo dal petto e dilaniarlo a morsi sto cuore di cane, bello caldo caldo.
Trattasi, molto più correttamente, di un melodramma scritto con grande realismo, quello che ti ricorda che nella vita ci sono momenti bellissimi e momenti orribili, che però bisogna affrontare per andare al quadro successivo di questo sadico e affascinante videogame in cui ognuno di noi è stato calato suo malgrado.
We Live in Time fa ridere, piangere per almeno tre diverse ragioni, fa emozionare, tantissimo. Ha un ritmo perfetto, due attori magnifici, non dura un minuto in più, e neanche in meno, di quello che deve durare. Avercene.


