Ha infiammato la platea, solitamente sin troppo composta, del Festival di Cannes 2001, vinto oltretutto da un’opera rigorosa come La stanza del figlio di Nanni Moretti. Ci voleva quindi una ventata di aria fresca, quella portata dalle pale del Moulin Rouge! firmato da Baz Luhrmann.
Una rock-opera bohemienne interpretata da Nicole Kidman e Ewan McGregor, a cui si aggiunge il villain Richard Roxburg. La storia d’amore tra Satine, stella del Moulin Rouge, e il giovane aspirante scrittore Christian, tra un David Bowie e un Elton John, gli U2 e Madonna, è uno di quei film che resterà impresso nella memoria cinematografica.
Barocco, eccessivo, dichiaratamente kitsch a tratti, ma anche romantico, passionale e musicalmente travolgente. Tutta farina del sacco dell’australiano Luhrmann, che già in Romeo+Juliet aveva fatto capire che a lui i classici piacciono molto moderni. E in un mondo sconvolto da quanto accaduto l’11 settembre, di un film del genere c’è quanto mai bisogno, per tornare a sognare e uscire dall’incubo.
Le scelte dei suoi personaggi oggi potrebbero essere considerate banali, soprattutto per quanto riguarda Satine.
Satine non fa realmente una scelta, asseconda Zigler per il bene dello spettacolo, ma l’amore è un sentimento troppo forte per potervi resistere. Non per essere smielato, ma credo che chiunque farebbe la stessa scelta.
E per raccontare questa storia d’amore ha scelto la più classica struttura del melo.
Perché permette di accedere con ironia alle emozioni, facendo vivere delle storie realmente passionali ed appassionate. La musica, poi, è la formula vincente per far entrare più facilmente lo spettatore nella storia. La forma classica, per me, è il percorso umano che trascende il tempo e la geografia. La cosa che lega la storia di Krishna alla storia di Cristo. In realtà, un’idea piuttosto semplice.
Potremmo considerare Moulin Rouge! un’opera tragicomica post-moderna. Il procedimento è finalizzato affinché si possa trovare una narrazione che possa essere fruibile dalle culture più diverse. Tutto parte dal mito di Orfeo, ovvero la transizione di un idealista che giunge in una sorta di Ade in cui scopre che nella vita ci sono cose molto più grandi di lui. Una volta riemerso, si ritrova cresciuto ed arricchito dall’esperienza. Abbiamo pensato molto ai naturalisti francesi e alle opere liriche italiane. Potremmo considerarla una “Funky Traviata”.
La musica. Impossibile non parlarne.
Volevamo fare un musical che funzionasse al giorno d’oggi. Per questo abbiamo passato molto tempo prima di tutto a studiare nella storia della musica e del teatro qualunque cosa che avesse a che fare con il cinema. Prendiamo i musical classici americani: il concetto di base era che lo spettatore conosceva già le canzoni che c’erano nel film, perché la maggior parte delle volte di successi di Broadway trasportati sullo schermo.
Quindi abbiamo deciso di prendere delle canzoni contemporanee ed adattarle. Quando Judy Garland cantava clang clang clang went the trolly in Meet me in St. Louis, ambientato all’alba del secolo, cantava il pop degli anni ’40. Non ho fatto nulla di nuovo. Anche se odio la definizione, post-moderno si adatta bene a ciò che ho fatto: guardare ad una forma classica, ma reinterpretandola, e usando la cultura pop per esprimere il classicismo.
La forma classica, per me, è il percorso umano che trascende il tempo e la geografia. La cosa che lega la storia di Krishna alla storia di Cristo. In realtà, un’idea piuttosto semplice. Comunque vorrei sottolineare che la colonna sonora non è stata presa dalla mia collezione di dischi. Abbiamo costruito una storia semplice che toccasse temi universali e di conseguenza abbiamo considerato diversi generali musicali.
C’è voluto molto tempo e il lavoro più lungo è stato in post-produzione, quando abbiamo dovuto scegliere tra centinaia di brani preregistrati quelli che drammaticamente meglio si adattavano a quanto avevamo girato.
Al “Moulin Rouge” si vede pochissimo can-can puro.
Perché non volevo mostrare le cose per come sono, ma esprimere le sensazioni che quella danza selvaggia faceva provare a chi la interpretava e a chi la guardava, qualcosa di sexy e animale e abbiamo sottratto molto in fase di montaggio, pensando a una scena di ballo de Il mago di Oz che fu quasi completamente eliminata in fase di montaggio perché toglieva troppo tempo alla narrazione.
Tutto ciò di cui il film è composto è in funzione della storia. Potevamo ambientare tutto, e ci avevamo pensato, allo Studio 54, Christian sarebbe stato una specie di Bob Dylan che incontra Andy Warhol alla factory, ovvero Toulouse-Lautrec, e la sua corte bohemienne e tutti insieme vanno a ballare la dance in un mondo dove i ricchi e i potenti incontrano giovani bellissime e senza un penny. A quel punto il Bob Dylan si innamora della ballerina.
Parliamo del suo particolarissimo stile. C’è chi ha parlato di “Bollywood” per il suo film.
I miei film sono cinema fatto e visto da chi fa teatro, un genere che è effettivamente molto vivo nella cinematografia indiana. È l’antitesi stessa del realismo, in cui c’è una storia base molto riconoscibile ambientata in luoghi lontanissimi, ma di cui abbiamo piena consapevolezza. L’importante è che lo spettatore non si dimentichi mai del fatto che sta vivendo tutto questo attraverso il cinema e in fondo è giusto.
Andiamo dalla ridicola commedia col suo idealismo, poi ci siamo tuffati in una bella esperienza nei bassifondi portandocelo dietro e abbiamo capito che la vita è qualcosa che ci trascende. La gente muore, le porte si chiudono, e ci spaventiamo per questo. Ma cresciamo, non ne usciamo distrutti, gli spettatori come chi lo ha realizzato. Nicole Kidman si è fatta male a un ginocchio, addirittura abbiamo stoppato le riprese per due settimane perché si era fratturata una costola ballando. Ma “the show must go on…”
Tornando al suo rapporto con l’opera, tutto ha avuto inizio da una versione de “La Boheme” che ha messo in scena nel 1989 in Australia.
E finirà con la stessa messa in scena l’anno prossimo a New York. Era ambientata nel 1957, ultimo caso conosciuto di morte per tubercolosi a Parigi. È stata la prima volta che ho lavorato con il mio team.
Il paso doble, in Ballroom, il tango in Moulin Rouge e anche in Romeo + Juliet. La cultura latino-americana è sempre molto presente. A cosa è dovuta questa passione?
Mi hanno fatto questa domanda molte volte, ma non ho mai trovato una risposta. Se dovessi provare a trovarla adesso, ti direi che sono cresciuto in una piccola città in mezzo al nulla ed ero anch’io un ballerino di sala. Il tango o il paso doble o il fandango, erano i miei balli preferiti, non so perchè, forse perchè pensavo di star facendo qualcosa di esotico, era una maniera per allontanarmi dal mio piccolo paesino.
Se dovessi rispondere al perché mi piace inserire questi ritmi e questi movimenti nei miei film, beh, questo è già più facile. Perché sanno raccontare una storia.


