Step Up è ambientato a Baltimora, regno di Tyler Gage, teppistello don un innato talento per la danza. Tyler vive con i suoi genitori adottivi in un quartiere popolare, i suoi migliori amici sono Mac e il suo fratellino Skinny, con cui passa il tempo imbucandosi a feste private e rubando auto nel quartiere altolocato della città. Dopo essere stati cacciati da un party, i tre irrompono nella Maryland School of Arts e la vandalizzano, distruggendo il palco.
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Tyler viene arrestato e condannato a 200 ore di servizi sociali da scontare nello stesso istituto, sotto la supervisione della preside Gordon. Un pomeriggio Nora, una studentessa di danza classica, vede Tyler ballare nel parcheggio della scuola. E le viene un’idea.
I teen movie vanno difesi e andrebbero sviluppati di più anche in Italia.
Gli adolescenti sono gli unici che spendono e che sarebbero disposti ad andare al cinema più spesso, se l’offerta per loro fosse maggiore e di migliore qualità. In quest’ottica va visto Step Up, film adolescenziale tutto basato sulla passione per la danza (negli USA e in Australia chi non sa ballare è un “looser”) e sul divario tra i due protagonisti. Lei, ballerina della Scuola d’Arte, e lui, break dancer di strada, scapestrato, incolto e a un passo dalla delinquenza. E per portare ancora più pubblico in sala, una parte è stata affidata al cantante Mario, popolarissimo oltreoceano e anche un po’ da noi.
Se c’è qualcosa di davvero bello in Step Up sono le coreografie.
Normale, dato che Anne Fletcher, alla sua prima regia, è stata coreografa di tanti film hollywoodiani. Per il resto, c’è poco da salvare: la trama è scontata e rassicurante, non mancano le “scene tragiche”, anch’esse annunciate, i dialoghi sono persino fastidiosi tanto cadono nello stereotipo.
Eppure, un film così va visto almeno un paio di volte, se non altro per godersi il prodotto ben confezionato: ultimamente i film sulla danza avevano per protagoniste belle ragazze che non sapevano fare un plié; non è questo il caso.


