Il femminismo non dovrebbe essere qualcosa di conflittuale. Oggi, 8 marzo 2026, dovrebbe essere un fatto assodato, come l’antirazzismo, come l’antifascismo. Se qualcuno affermasse “io non sono antirazzista”, equivarrebbe a dire che è razzista. Invece, ancora oggi, gli uomini fanno fatica a definirsi femministi. Anche molte donne, a dirla tutta.
Ebbene, “io non sono femminista” equivale a dire “sono maschilista”. Delle due, l’una. Non ci sono sfumature lessicali, per quanto le si voglia forzare. Se non sei la parità, giocoforza sei per la discriminazione.
Siamo qui a ribadire l’ovvio, ed è surreale. Lo ribadiamo in un’Italia con una donna al governo, che sfrutta le violenze sessuali per piegarle alle logiche propagandistiche di un referendum, lasciandosi uscir di bocca senza la minima vergogna un “Mi domando dove sono le femministe”. Presidente, femminista dovrebbe esserlo anche lei, per dire.
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Già: siamo didascalici. Come didascalico è il nuovo film da regista di Maggie Gyllenhaal, La Sposa!. Un pastiche con le cuciture grosse, un patchwork di corpi filmici, un Frankenstein del cinema. Chiassoso, disordinato, sgrammaticato, che non dice nulla di nuovo, ma allo stesso tempo vuole distruggere tutto. In una parola, punk. Adorabilmente, irresistibilmente punk. Senza alcuna ideologia se non il malessere di fondo, la necessità di raccontarsi, il diritto a esistere. Istanze di base, che dovrebbero essere ormai scontate.
Ma non lo sono, come non lo è il fatto che stiamo perdendo terreno rispetto alla lotta al patriarcato. E se c’è qualcosa di più sicuro della morte – dato che in questa storia anche quella si supera – è che in questo preciso momento storico abbiamo bisogno di un linguaggio for dummies, per farci intendere al numero sempre maggiore di persone che ragionano per slogan, citazioni estrapolate a caso, sensazioni di pancia. Oggi essere didascalici è quantomai necessario. Come uno sbocco acido che esplode impudente e deturpa la faccia: resta lì e non va via, non si può nascondere. Una volta che capisci quanto è necessario che certe cose ti escano di bocca, non si torna più indietro.
Noi non eravamo pronte
Io comunque non sono pronta a questo indietreggiamento di marea, per me certi diritti erano conquistati e acquisiti in eterno, il livello del mare era fino a qui, invece ci trovo solo spiaggia.
Me lo ha scritto un’amica in chat due giorni fa. E ha la mia più completa comprensione. A fatica, lentamente, ma qualcosa la avevamo ottenuta, qualche obiettivo lo avevamo raggiunto. O almeno così credevamo. Oggi, negli anni di “definisci bambino”, saltano fuori scandali pedo-satanisti ai piani supremi del potere e noi non stiamo ancora bruciando tutto. Ce ne stiamo a guardare, timorose di venire etichettate, mentre si mette in dubbio la giustezza del voto alle donne, quando dovremmo letteralmente ingaggiare una lotta senza esclusione di colpi.
Ecco che allora un film come La Sposa! si fa urgenza: una necessità punk di distruggere tutto ciò che non va, correndo via e rifugiandosi negli unici pertugi possibili: cinema, cultura, linguaggio. E amore. Un grande amore, sopra ogni cosa.
È possibile l’amore per una femminista di oggi?
Abbiamo demolito l’idea di principe azzurro. Abbiamo ribadito che non abbiamo bisogno di essere salvate. Abbiamo anche sancito che siamo stufe di fare le infermiere disperate e salvarvi noi. Se a Sanremo vince una canzone che dice che il “sì” è per sempre davanti a Dio, noi rispondiamo con il diritto al divorzio, che l’amore non è una condanna fine pena mai.
Ma quel che dice La Sposa!, questa fairy-punk-tale sgangherata, è che l’amore ai tempi del femminismo post me too può e deve esistere. Che possiamo ancora sognarlo, cercarlo, senza accontentarci né arrenderci – che magari arriva dopo la morte, chissà. Negli occhi di un maiuscolo Christian Bale vediamo l’attuale uomo dei sogni: non un principe che mi salva, ma qualcuno che sta accanto a me mentre faccio bruciare tutto. E magari mi passa anche i fiammiferi.
L’ho avuto io un compagno che mi fissava a quel modo mentre ballavo come una pazza e lo mettevo in imbarazzo alle feste. E poi si univa alle danze, anche se era legnoso. E ce l’ho anche adesso, un altro compagno che mi guarda e sorride sornione se al bancone del bar flirto con l’ennesimo cascamorto che non ha capito ancora che una donna che si diverte non è necessariamente una che ci sta. Non sono principi azzurri, ma uomini reali, figure non così mitologiche che non sopportano la subordinazione in base al genere e che, insieme a me e come me, distruggono costrutti semplicemente con la loro esistenza quotidiana. Non sono semplici da trovare, ma ne conosco diversi.
Ecco, con quel suo cucire i pezzi di Bonnie & Clyde, Natural Born Killers, La rabbia giovane, Thelma e Louise e tanto altro cinema e letteratura, La Sposa! mostra proprio un amore così. Che magari non nasce nel migliore dei modi, ma poi è più sano di molti altri. La creatura Frankenstein (certo che si chiama così: perché non dovrebbe prendere il nome del suo genitore?) è molto meno mostro dei maschi vivi che abusano di Ida. È un uomo che la lascia esprimere nella sua strabordante voglia di riscatto universale, antico, ancestrale, nel suo delirio di significanti equivalenti, alla ricerca del modo giusto per raccontarsi. Un uomo che la cerca per solitudine, ma che poi in lei riconosce la bellezza più pura e la ama per il suo cervello.
Ecco allora che quel “sei mia” che le dice a un certo punto, tutto fiero della donna al suo fianco, non è più possesso. È un reciproco scegliersi, guardarsi fiorire, esistere nel mondo come individui e come uno.
Sì, è possibile l’amore ai tempi del femminismo post me too. Ed è superfluo aggiungere che non deve necessariamente essere uomo-donna. È anzi necessario, auspicabile, in un mondo che parla solo per odio. Un amore che si faccia esempio virtuoso e opposto a tutto ciò che non dovrebbe più esistere. Un burning love che brucia tutto.


