“Gli attori non devono guardare in macchina mentre recitano”. Vallo a dire a Jonathan Demme, che dello sguardo dritto dentro la macchina da presa ha fatto il suo marchio di fabbrica, dall’inizio e sempre di più, fino a culminare in una perfezione estetica – che sarà poi firma riconoscibile – proprio con Il silenzio degli innocenti.
Sguardo in camera e soggettiva. Ed ecco che la paura, quella vera, la tensione più pura e le pulsioni più basse sono servite allo spettatore. Come pure il timore di morire soli e miseri, in Philadelphia, o le mille respirazioni ansiose in Rachel sta per sposarsi. Siamo letteralmente collegati alle sensazioni che provano i personaggi di Demme con questo espediente, possibile solo grazie ai grandi attori che hanno interpretato i suoi film nel corso degli anni.
Film per il cinema, per la TV, cortometraggi, serie e tantissimi videoclip: Demme non ha mai smesso di esprimersi in ogni forma audiovisiva. Ci ha lasciati troppo presto, ma ci ha lasciato un capitale. E oggi che Il silenzio degli innocenti compie trentacinque anni e torna in sala, ci accorgiamo della assoluta attualità del testo e del suo modo di portarlo sullo schermo.
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Il silenzio degli innocenti è un ballo lento
È un continuo rimando tra due attori enormi questo film, con un Anthony Hopkins che ha incarnato il male stesso e ha fatto visita ai mondi onirici di migliaia di persone in tutto il mondo con il suo Hannibal Lecter. Attore scespiriano sopraffino, già protagonista di The Elephant Man e di molte altre pellicole, è l’attore che per primo viene in mente se si pensa a una fama tardiva. Proprio con Il silenzio degli innocenti entra a far parte dell’Empireo dei grandi, viene ammesso alla rosa dei divi di fama planetaria, viene per la prima volta candidato all’Oscar e lo vince, conosce uno slancio nella sua carriera senza precedenti.
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E di fronte a lui, nei campi e controcampi magistrali, separata da un vetro blindato, Jodie Foster. Bambina prodigio, volto simbolo della Disney prima, giovanissima musa di Scorsese poi; una che ha avuto la sua prima candidatura a quindici anni per Taxi Driver, e che con il film di Demme si è meritata anche lei l’Oscar, il secondo.
Ecco, questi due giganti, per larghissima parte del film inquadrati in primo o primissimo piano, si avvicinano l’un l’altra e ha inizio un ballo lento, un corteggiamento, una danza fra contendenti che si studiano sul tatami e si stimano mentre pensano a come colpirsi. E noi siamo lì, nello spazio tra i due sguardi, intrappolati come mai prima nel sentire la pulsione emotiva che scorre tra loro. E che è la formula che ha reso grande il romanzo di Thomas Harris, recepita, catturata, distillata e tradotta in immagini da Jonathan Demme.
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Il silenzio degli innocenti è un film pre-femminista
È un film sullo sguardo. È un film di sguardi. È un film che di quegli sguardi parla senza paura.
Sappiamo della misura, della fotografia, delle scelte che rimandano a quadri di grandi artisti, a una cultura “alta” che nobilita il film ancor di più.
Sappiamo quanto sia stato grande Hopkins, quanto abbia incarnato il male stesso, il calcolo senza scrupoli, l’edonismo nella violenza e la più assoluta mancanza di filtri morali.
Eppure quello straordinario personaggio che è Hannibal Lecter non è così. E non è solo nella fatidica carezza delle dita che Jonathan Demme lo scrive. Quella nel romanzo c’era già, come pure la personalità di Hannibal. E starà poi agli attori, Anthony Hopkins prima e Mads Mikkelsen poi (citiamo solo i due che lo hanno reso meglio) incarnare la morale ferrea di Lecter. Fatta di rispetto, innanzitutto. Per ciò che è bello, per ciò che è elegante.
Il silenzio degli innocenti è un film che, rivisto oggi, esplode in tutta la sua dirompente attualità. Un film che toccava argomenti delicati nelle viscere dopo averli squartati, anni e anni prima del didascalismo di certo cinema attuale.
Certo che è un thriller, certo che ci interessiamo alla vicenda di Buffalo Bill che rapisce e uccide giovani donne per farne un abito di pelle (tutti sappiamo che l’ispirazione fu Ed Gein, il macellaio di Plainfield), ma non è questo il cuore del film.
Gli sguardi, quelli sì.
Gli sguardi che gli uomini posano sulla giovane Clarice, a cui viene data una possibilità proprio perché si suppone possa piacere a Lecter, non per altro. Sguardi maschili sulle donne: concetto che Lecter non smette mai di sottolineare. Sguardi che desiderano, che giudicano, che sottostimano, che escludono, che sono pronti a schiacciare e prevaricare. Sguardi che si traducono in parole, in proposte sfrontate, in frasi provocatorie pronunciate da Lecter per metterla in difficoltà, con una volgarità di altissimo gusto. E lei, Clarice, che è consapevole di correre in un mondo di uomini e sta al gioco nonostante tutto.
Tutto questo si respira nel film di Demme. Si solidifica tanto da poter essere tagliato con un coltello, diventa parte integrante e sostegno del racconto. Vedere oggi in sala un film così significa molto. Con Jodie Foster che non ci pensa nemmeno per un secondo a essere “maschia”, che incarna una Starling ben consapevole di dover studiare quanto e più di un uomo, ma non si lascia incastrare nella trappola di diventarlo. Una Jodie Foster che porta in quei primi piani tutta l’emotività, la commozione, il bagaglio femminile accumulato fin là e lo restituisce, lo scaglia come una freccia. Dritto in macchina.


