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Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
Interviste

Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud – Della vita, dell’arte, dell’amore

Federica AlianoBy Federica Aliano11 April 2012Updated:7 June 2026No Comments7 Mins Read

Quando ho letto Persepolis ho pianto convulsamente per più di trenta minuti. La rabbia e il dolore che suscitò in me quel gioiellino della Nona Arte raramente sono comparabili ad altre opere. Perciò quando ho incontrato Marjane Satrapi, l’autrice, la prima parola che le ho detto è stata “Grazie”.

Lei, che non si è fatta una fama da simpaticona, è stata gentilissima e socievole. È spiritosa, malgrado quel che si dice, e fuma moltissimo. È iraniana, ma è anche tanto francese. Un meltin’ pot come quello alla base di Pollo alle prugne, diretto ancora una volta con il fedele amico Vincent Parronnaud, che allo spettatore che non ha paura di lasciarsi andare regala sogni colorati in tinte delicate, viaggi popolati da matti, diavoli e giullari. E nemmeno troppo nascostamente, è autobiografico quanto Persepolis, pur prendendone le distanze.

Dopo Persepolis, Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud tornano insieme per un film con attori in carne e ossa. Basta lasciarsi andare e assaporarenil loro Pollo alle prugne

Pollo alle prugne ha uno stile completamente diverso, non solo perché non è un film d’animazione, ma perché si muove su tre diversi piani narrativi: la realtà, il ricordo e il sogno.

Vincent Paronnaud: Esattamente. Marjanne e io, pur essendo molto diversi, abbiamo molti punti in comune. Le nostre radici culturali sono comuni, siamo cresciuti con le stesse basi. Sicuramente entrambi non conosciamo limiti, amiamo sperimentare e non mettiamo freni alla fantasia. L’unico limite potrebbe essere lo stile illustrativo, ma il fatto che né io né Marjanne abbiamo studiato cinematografia ci dà anche lì lo stesso approccio all’oggetto filmico: non ci chiediamo mai se qualcosa non funziona, lo facciamo e andiamo avanti, solo in seguito vediamo se funziona.

Marjanne Satrapi: Nonostante questo approccio però, abbiamo voluto omaggiare il cinema del passato.

Infatti mi sembra che citiate Méliès e quello che mi avete appena detto somiglia al suo metodo di allora: sperimentare e sperimentare ancora, senza porre limiti alla creazione artistica.

MS: Se hai notato queste affinità, per noi è un enorme complimento. Ovviamente lui di limiti non se ne poteva perché il suo fu davvero l’inizio del cinema artistico: Méliès metteva in atto tutto ciò che gli veniva in mente. Quando noi abbiamo deciso di realizzare il film, tutti ci dicevano che la voce fuori campo non è più di moda, che non si usa più, che dà un effetto strano allo spettatore. Ma noi, non essendo mai stati studenti di cinema, che un elemento fosse alla moda o meno non lo consideravamo proprio. Poi naturalmente, essendo persone che vivono in questa epoca, abbiamo anche inserito elementi contemporanei.

VP: Questo per noi è il nostro primo film con degli attori in carne e ossa. C’è molta onestà, molto amore, e forse qualche ingenuità. Penso che il pubblico possa sentire molto questo elemento, guardandolo e vivendolo. Se posso permettermi, la bellezza di questo film sta proprio nella sua freschezza. Nel vostro non essere accademici, avete portato freschezza agli elementi classici.

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MS: Sicuramente questo film è un melò e personalmente mi sono ispirata a Douglas Sirk, che adoro. Ma certamente in un film di Sirk non ci sarebbe la scena in cui l’uomo che ha deciso di lasciarsi morire e che convoca i suoi figli accanto al letto per comunicare le sue ultime volontà, si sente rispondere dal ragazzino con un peto! Il nostro metodo lavorativo è questo: costruire delle sensazioni e poi demolirle. Certo, anche scherzando su tutto, quando ci lasciamo andare a dodici minuti di puro melò, il pubblico era così rilassato che è stato pronto ad accettarlo.

Mi hanno colpito molto i personaggi dei figli. Quando crescono diventano a dir poco esilaranti.

MS: Mi sono venuti in mente semplicemente osservando la realtà. Capita molto spesso di conoscere dei bambini adorabili e poi rivederli da grandi e sono diventati dei mostri. E quando li vedi non vuoi crederci, ti chiedi com’è possibile che un bambino così carino sia diventato quello che ti ritrovi davanti. Questo è un elemento che lavora sul piano della realtà, poi però abbiamo calcato la mano facendo subentrare un bel po’ di umorismo.

Marjane Satrapi-1
La prima pagina dell’intervista a Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud sul mensile The Cinema Show, dove fu originariamente pubblicata
La commozione fa più effetto proprio per questo: voi due con questo umorismo sincero rilassate il vostro spettatore, che poi, quando meno se lo aspetta, si ritrova a piangere, disarmato.

VP: Sono scelte ben precise che abbiamo fatto e ci piace pensare che, sebbene lo spettatore noti il nostro tocco non accademico, non ci prenda totalmente per degli ingenui. Anche questo fa parte del nostro realismo: nella vita spesso si passa dalle risate alle lacrime in pochi minuti. Con questo non voglio dire che questa è la vita vera, ma che nel nostro film non c’è la commozione televisiva da quattro soldi. Non vogliamo prendere in giro gli spettatori come fa la TV: lavoriamo sui piani emozionali più di tutto.

Leggi anche: Pollo alle prugne, sapore di ricordi perduti
Nonostante sia il vostro primo film live action, avete nel cast attori di grande esperienza. Come li avete gestiti? Sono un bel meltin pot, non solo di lingue, ma soprattutto di culture ed esperienze davvero diverse.

MS: Innanzitutto noi volevamo i migliori, abbiamo avuto la fortuna che tutti hanno accettato da subito. Temevamo per Mathieu Amalric, perché si diceva che non voleva recitare in un film subito dopo averne fatto uno da regista. Invece anche lui, aveva letto i libri, gli piaceva molto la storia, ha accettato subito. Noi abbiamo una visione del mondo che è un po’ vecchia, ma anche un po’ scomparsa.

Il nostro regista faro è Lubitsch. Lui era tedesco, è emigrato in America per girare un film ambientato a Praga con le scenografie ricostruite in studio. Prese tutti attori americani, ma con origini diverse, e fece loro interpretare personaggi cecoslovacchi. Alla fine realizzò un film americano con una sensibilità europea. Questo era qual che volevamo fare, e abbiamo realizzato un film che parla dell’Iran, ma è stato interamente girato in studio a Berlino, con attori che vengono da ogni parte del mondo e che parlano in francese con mille accenti, in un film di produzione francese. Quindi ecco la prova: il multiculturalismo funzionava allora e può funzionare anche oggi.

Leggi anche: The Voices – Cane, gatto e alce
L’ossessione della creazione per un artista e quella per la perfezione nella creazione è il tema centrale nel film.

VP: Nasser Ali è un po’ il simbolo di ogni artista e rappresenta tutte le ossessioni artistiche nel bene e nel male. Tutti noi artisti siamo, chi più chi meno, ossessionati dalla perfezione delle nostre opere, però va tenuto presente che la perfezione non è di questo mondo. Noi dobbiamo quindi anelare al suo raggiungimento, ma non possiamo davvero pensare di raggiungerla.

MS: Nei limiti, cerchiamo di sforzarci e di arrivare il più lontano possibile. Al contrario di quanto si vuole far credere recentemente, noi artisti non siamo pigri, e lavoriamo moltissimo per raggiungere ciò che aneliamo.

Già, anche perché, rispetto al vostro personaggio, lui ha uno Stradivari che già si avvicina da solo alla perfezione, mentre voi usate delle “umili” matite…

MS: Già… si dice che Paganini raggiunse la perfezione, ma noi non siamo Paganini, possiamo solo provarci.

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Federica Aliano
Federica Aliano

Critica e saggista cinematografica, scrittrice e ufficio stampa, è con Alessandro De Simone la fondatrice di The Cinema Show e ne è il direttore editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, su 35mm.it, Hotdog, Everyeye, IHMagazine, Staynerd e Movieplayer. È orgogliosamente membro del collettivo Eiga di Bakemono Lab.

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