La decostruzione dei miti e delle leggende è una bella cosa, con buona pace di chi vorrebbe ricostruzioni filologiche di tutto, dagli elmi al colore della pelle. Non è una pratica nuova, per fortuna, e proprio grazie alle interpretazioni e alle visioni altre il cinema, ma anche la letteratura, hanno regalato perle da ricordare.
Non è la prima volta che il mito di Robin Hood viene visto sotto una prospettiva diversa da quella dell’arciere infallibile che ruba ai ricchi per donare ai poveri, prototipo dell’eroe socialista. Robin Hood, meglio specificarlo, non è mai esistito, è figlio del folklore inglese del XV secolo e la sua popolarità è cresciuta negli anni, con nuove avventure raccontate in ballate e poemetti. E come ogni tanto accadeva, gli si è costruita attorno una specie di famiglia, da Little John a Lady Marian.
Il cinema ha attinto a piene mani a queste storie, con mille variazioni, comprese quelle geriatriche. La più bella, forse in assoluto, è Robin and Marian, diretta Richard Lester, che proprio quest’anno spegne cinquanta candeline, in cui uno stanco Robin Hood, tornato dopo l’ennesimo viaggio in Terra Santa al seguito di Re Riccardo, cerca di riconquistare il cuore di una Lady Marian diventata nel frattempo suora. Una rielaborazione della stessa ballad, Robin Hood’s Death, da cui Michael Sarnoski ha tratto il suo The Death of Robin Hood, ribattezzato Robin Hood – Il prezzo del sangue da I Wonder Pictures, titolo che è molto meno infelice di quanto possa sembrare, anzi, guardando il film se ne capisce appieno il significato.
La variazione sul tema
L’ormai attempato Robin non era un eroe, ma uno spietato fuorilegge, la cui figura è stata resa nobile proprio attraverso le storie passate di bocca in bocca e la letteratura popolare. Quando Little John, suo degno compagno di malefatte, chiede di aiutarlo per risolvere una questione di famiglia, Robin, da bravo amico, non lo abbandona, immaginando che il tempo sia arrivato per rendere l’anima al Diavolo. Quello che non può sapere è che il suo personale demone ha una forma inaspettata.
Michael Sarnoski è un cantore della solitudine e della redenzione, o meglio della riconnessione, con il mondo, le persone, ma soprattutto con il mondo interiore. Quello dello chef distrutto dal dolore e diventato eremita nel suo esordio Pig, ma anche la donna che si isola con la sua malattia in A Quiet Place: Day One. Microstorie che vanno ad abbracciare universi diversi, si fondono con i generi portando un esistenzialismo contemporaneo che crea sbocchi narrativi inaspettati.
Tornando indietro di ottocento anni le cose cambiano poco.
Esiste la colpa, il rimorso, la vendetta, il perdono, elementi umani da cui non si dovrebbe mai prescindere. The Death of Robin Hood è un western crepuscolare e per molti versi eastwoodiano, tra Gli spietati e il Clint diretto da Don Siegel de La lunga notte del soldato Jonathan, con tracce evidenti di horror e un livello di gore notevole nella prima, mentre la seconda ha atmosfere stranianti, oniriche, inserite in un flusso narrativo non sempre equilibrato, ma dall’indubbio fascino.
La cosa davvero interessante della scrittura di Sarnoski, in questo caso, è proprio il concetto di ribaltamento, del mito, dell’apparenza, dell’anima. E le belle interpretazioni di Jodie Comer, nei panni della misteriosa badessa, e di Hugh Jackman in versione Logan al tramonto, aiutano non poco.
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Un film che si rivaluterà probabilmente negli anni, The Death of Robin Hood, e proprio per questo da leggere subito con attenzione nelle sue molte stratificazioni. E Michael Sarnoski è un regista da tenere sempre più d’occhio.


