Diane ha 28 anni, non ha finito l’università, vive con la madre e ha un rapporto assai conflittuale con gli uomini. Quando, a seguito dell’ennesimo gesto plateale, viene portata per una notte in prigione, la madre, esasperata dal suo atteggiamento, le confessa di essere stata violentata quando aveva diciannove anni. Questa notizia sconvolgente scatena in Diane emozioni contrastanti, e quando la madre le dice che l’uomo che l’ha stuprata e morto e che vuole lasciarsi tutto alle spalle, lei decide di fare esattamente il contrario. Le conseguenze saranno sorprendenti.
Un détour par Diane è il terzo film della coppia formata da Raphaël Balboni e Ann Sirot
Francese il primo, belga lei. Il loro precedente, La sindrome degli amori passati, era in concorso alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2023 (e ne ha fatto un remake italiano, di prossima uscita, Chiara Malta, con protagonisti, Maria Chiara Giannetta e Maurizio Lastrico). Commedia assai intellettuale che riflette sulla condizione della coppia nella cultura e nella società contemporanea, La Syndrome non era un film completamente riuscito, piuttosto disequilibrato in sede di scrittura e appesantito da un eccesso di simbolismo.
Evidentemente Balboni e Sirot devono avere, però, la qualità rara di sapersi confrontare, analizzando il lavoro e capendo dove e come poterlo migliorare. Perché la storia di Diane, della sua assai disfunzionale famiglia e del suo rapporto con il sesso maschile è invece molto ben riuscita. I due registi non abbandonano le loro idee, semplicemente le razionalizzano.
Il dadaismo western con cui mettono il cappello, nel vero senso della parola, al machismo contemporaneo e all’ultrafemminismo inconcludente della protagonista, è una trovata deliziosa, non invasiva e sfruttata intelligentemente in senso narrativo. La rappresentazione del sesso come forma d’arte, un’idea già presente nell’opera precedente, è qui assai più efficace, soprattutto quando all’atto fa spazio l’amore, passando quindi da un funzionalismo geometrico a un sensuale studio dei corpi che ricorda l’opera di Mapplethorpe.
La cosa che lascia più piacevolmente sorpresi di Un détour par Diane è la scrittura
Essenziale, fluida, con personaggi ottimamente costruiti e delineati e un’evoluzione del racconto organica e mai forzata. I generi si sfiorano, il film resta commedia ma gestisce con delicatezza quei necessari momenti drammatici, e allo stesso tempo si prende lo spazio per una riflessione obiettiva sugli eccessi e i danni causati dall’esasperazione della cultura woke degli ultimi anni. E si scorge anche un omaggio al cinema di Chantal Ackerman, perché la mamma di Diane sembra una Jeanne Dielman che non si è fatta sopraffare dalla tragedia della vita.
È un’opera assai libera Un détour par Diane, anche nello stile, caratterizzato dalla macchina a mano e da un uso esasperato del jump cut che, da una parte, offre l’opportunità agli attori, tutti ottimi, di lasciarsi andare, entrando ancor di più nei personaggi, dall’altra dà al film un ritmo sincopato molto jazz.
Una bella sorpresa, meritatamente selezionata a Venezia 83 nella sezione Orizzonti, posizionamento perfetto per due registi che hanno qualcosa di importante da dire sulla deriva dei sentimenti in questo mondo in disfacimento, ma anche in trasformazione. Se in meglio o in peggio, lo scopriremo. Magari facendo l’amore su una spiaggia delle Ardenne.


