Specularità, espansioni, moltiplicazioni della tormentata psicologia del Batman burtoniano
Annunciato da un battage pubblicitario senza precedenti, “Batman” uscì il 21 giugno 1989, dieci anni dopo l’acquisto dei diritti dalla DC Comics. Negli anni Quaranta (nel 1943 e nel 1949) la Columbia produsse un serial cinematografico in due serie da quindici episodi. Lewis Wilson rendeva noto Batman a persone che non avevano mai nemmeno sfogliato un fumetto. Insieme a Douglas Croft, nel costume del fido Robin. La seconda serie vedeva invece Robert Lowey e John Duncan interpreti del dinamico duo.
Negli anni Sessanta la figura di Batman divenne mainstream grazie alla gloriosa serie camp: centoventi episodi autoconclusivi che vedevano un aitante e autoironico Adam West entrare nella leggenda e un minuto Burt Ward a fargli da spalla. Nella schiera dei cattivi e delle varie guest star si sono avvicendati nomi di rilevo: da Cesar Romero (Joker) a Burghess Meredith (Pinguino). Catwoman fu prima Julie Newmar e poi la leggendaria Eartha Kitt. E ancora, Vincent Price era Testa d’Uovo, Anne Baxter Olga, Carolyne Jones Marsha, la Regina dei Diamanti. Dalla serie fu tratto anche un film per la TV.
Pertanto si può affermare che il primo lungometraggio pensato per la sala cinematografica fu il Batman di Tim Burton. Fino a quel momento l’unico cinecomic di riferimento era “Superman” (id, regia di Richard Donner, 1978 e suoi sequel). Altre produzioni avevano visto la luce, ma nessuna aveva avuto il successo dell’Uomo d’Acciaio. Per questo, per lo script di Batman fu inizialmente ingaggiato Tom Mankiewicz, sceneggiatore di Superman. Questa prima versione non piacque a Burton, che si rivolse a Sam Hamm. “La prima versione della sceneggiatura di Manckiewicz era praticamente un Superman con i nomi cambiati. Aveva lo stesso tono leggero nel seguire la storia di Bruce Wayne dall’infanzia fino ai suoi primi scontri con il mondo del crimine. Non veniva fuori il lato freak della cosa. […] Non veniva fuori il fatto che si tratta della storia di un uomo che si traveste”1.
Alla sua uscita nelle sale, Batman incassò oltre cento milioni di dollari nei primi dieci giorni di programmazione. Con un totale di cinquecento milioni, fu l’incasso più alto dell’anno, nonché il migliore fino ad allora per la Warner. Anton Furst vinse l’Oscar per le migliori scenografie. Il cinecomic aveva subito un profondo cambiamento nella percezione del pubblico. Da allora tutto sarebbe stato diverso, non solo per la concezione di una trasposizione fumettistica, ma per la realizzazione di un blockbuster in genere.
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Batman dalla vignetta allo schermo
Quando il progetto del film fu reso noto, i fan delle strip si scatenarono. Man mano che la produzione di Batman procedeva, le notizie venivano divulgate, anche con una certa ingenuità rispetto a oggi. “Non sono mai stato un grande appassionato di fumetti. Però mi sono sempre piaciute le immagini di Batman e del Joker”2. Questa è una ormai nota affermazione di Tim Burton che fece immediatamente imbestialire i fan. Quando fu ingaggiato Michael Keaton per il ruolo di Batman, ci fu un’ondata di proteste. La Warner fu sommersa di lettere in cui si chiedeva di licenziare ora Keaton, ora lo stesso Burton. Persino Adam West si sentì in diritto di affermare di essere stato un Batman migliore. Michael Keaton non era ancora considerato il grande attore che è: veniva da diverse serie televisive e si era fatto notare per ruoli comici in “Mister Mamma” (Mr. Mom, regia di Stan Dragoti su script di John Hughes, 1983) e “4 pazzi in libertà” (The Dream Team, regia di Howard Zieff, 1989). Con Tim Burton aveva lavorato in “Beetlejuice – Spiritello porcello” (Beetlejuice, 1988) e veniva incasellato come attore comico.
Burton difese a spada tratta la sua scelta: poco incline al linguaggio dei blockbuster, aveva scelto di ignorare le precedenti versioni in cui il personaggio era stato declinato per il mercato audiovisivo e di concentrarsi sulla natura della sua psiche. Per questo tutti i possibili interpreti che gli erano stati proposti non erano stati di suo gradimento. “Guardavo questi attori grossi e nerboruti, poi li immaginavo con la maschera addosso e pensavo: perché mai questo tizio grosso e macho con un fisico alla Schwarzenegger dovrebbe mettersi un costume da pipistrello?”3.
La Warner si fidò delle ragioni del regista, che aveva un preciso disegno in mente. “Avevo già lavorato con Michael ed ero sicuro che sarebbe stato perfetto perché lui ha lo sguardo giusto negli occhi. L’aveva già in Beetlejuice. È il tipo di persona che potrebbe mettersi un costume da pipistrello perché deve farlo. E questo proprio perché non è un macho grosso e nerboruto. Perché il problema sta nella trasformazione. Allora ho cominciato a capire”, ha raccontato Burton. “All’improvviso, tutto ha avuto un senso. Anche le orecchie a punta della maschera. L’immagine e la psicologia si tenevano insieme. Scegliere Michael e trasformarlo in Batman faceva luce sul problema della doppia personalità. Ovvero, il problema centrale di tutto il film”4.
Batman e Bruce: costruire la dicotomia
Il resto del saggio è contenuto nel volume Superheroes, edito da Bakemono Lab


