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I giorni del cielo
Cinema

I giorni del cielo

Federico PedroniBy Federico Pedroni17 May 1979Updated:2 December 2019No Comments5 Mins Read

Una galleria di fotografie in bianco e nero, volti e situazioni di un’America ormai scomparsa. Divisa in tutto – negli strati sociali, nella distribuzione della ricchezza, nell’aspirazione negata alla felicità individuale – e pronta al salto nella Prima Guerra Mondiale. Facce sperdute, indurite, scavate, accompagnate sui titoli di testa dalla musica del Morricone meno enfatico. I giorni del cielo inizia nella Chicago degli anni Dieci, una metropoli in cui i sogni sono inaccessibili e dove un lavoro, anche il più duro, è merce rara.

In una fonderia lavora Bill, che durante una lite uccide un suo supervisore. Scappa allora, con la sua fidanzata Abby e la sorellina Linda, a cercare fortuna nel Texas, dove si può trovare un lavoro temporaneo per la raccolta del grano, dove il ritmo delle stagioni detta ancora il tempo della vita, dove al rumore infernale della città si sostituisce la liturgia quasi religiosa dei campi.

Lo schema filosofico del cinema di Terrence Malick – come in Badlands e ne La sottile linea rossa – è strutturato per antinomie: il tempo dell’Uomo si contrappone a quello della Storia, e quest’ultimo si scontra con quello della Natura. Sono due sfondi contrapposti quelli sui quali agiscono i derelitti alla ricerca di pace: la Storia sembra escluderli, la Natura segue il suo corso con distacco senza tempo. Mentre uomini comandano altri uomini nel massacrante lavoro agricolo, le pianure ondulate del grano, le piante, gli animali (uccelli, bisonti, conigli, tacchinelle, pavoni, cavalli, castori) testimoniano imperturbabili lo struggimento inconcludente delle umane sofferenze. La trama di Days of Heaven sfrutta un pretesto da melodramma noir: Bill, notando l’interesse del proprietario delle terre per la sua compagna, che ha spacciato per sua sorella, la convince a sposare l’uomo, gravemente malato, per poterne ereditare le ricchezze e goderne con lei e Linda.

Lei acconsente e, finita la stagione del raccolto, i tre vivono realmente, nell’immobilismo del tempo del riposo, un istante ripetuto di felicità possibile, di riparo dalla vita troppo dura a cui erano abituati. La parte centrale del film segue questa stasi, è sospesa, quasi sbigottita dalla speranza di riscatto che appare finalmente accessibile ai protagonisti. Ma il proprietario non si rassegna a morire e Bill decide di partire, incapace di arrendersi a quella bolla temporale che rischiava di inghiottirlo. Se ne va in aeroplano, cogliendo al volo un passaggio dalla compagnia di teatranti che aveva fatto irruzione in quella pace portando con sé rumore e cinema, rompendo l’incantesimo statico che sembrava aver fermato il tempo in quella piccola frazione di mondo. Tornerà per il nuovo raccolto, quando però il destino si farà strada nella maniera più violenta e incontrastabile: l’invasione biblica delle cavallette disvela l’impossibilità di futuro e di felicità smascherando ogni finzione di ruolo e portando all’inevitabile funesto epilogo.

In superficie, I giorni del cielo è uno strano ibrido tra melò sentimentale ed elegia rurale.

Con al centro della storia un dolente triangolo amoroso destinato al lutto. Ma non è così. La differenza, prima narrativa che estetica, è la scelta di mettere in primo piano il personaggio della piccola Linda, a cui è affidata la voce off del film. A dialoghi quotidiani, semplici, volutamente banali, si contrappone il lirismo forsennato delle immagini e la terrena poesia del racconto di Linda, pieno di disillusione, di cruda ironia, di fatalismo acerbo. Le parole della ragazzina sono quelle di una generazione a cui è stato già sottratto il futuro e che ha imparato a pensare in termini di stretta sopravvivenza. Non subisce il gioco delle passioni che esalta e distrugge gli adulti attorno a sé, non è ancora definitivamente vittima di un lavoro in cui lo sfruttamento non è un optional ma una regola. È costretta a vivere un presente che la espelle e la rifiuta e per questo è più vicina alle leggi immutabili della natura, vittima dei bisogni primari e quindi obbligata a trovare dentro sé una forza irrazionale, pre-emotiva. Mentre osserva gli uomini e le donne spaccarsi la schiena per un tozzo di pane commenta senza enfasi:

“They don’t need you. They can always get somebody else”.

Sa che l’ingranaggio è più forte della scorza di un singolo, che per avere un posto in questo mondo la capacità di adattamento è più importante di ogni altra sottigliezza sofistica. La solitudine come stato perenne di squilibrio esistenziale è nel suo DNA, la fatica e il fatalismo prendono il posto della spensieratezza e della naturale aspirazione alla felicità.

Certo, I giorni del cielo è anche un inno elegiaco allo spazio naturale, un’esplorazione sull’ineluttabilità della sorte, su quei chiaroscuri della vita che hanno la stessa luce bruna della penombra preserale immortalata dalla fotografia di Nestor Almendros e Haskell Wexler. Ma quel che resta dentro, a distanza di oltre trent’anni, è la voce quasi monocorde, smaliziata, sicura, cantilenante di una ragazza che ha perduto tutto in partenza e che affronta la vita con la disillusione navigata di un cucciolo sperso in un mondo ostile.

 

Federico Pedroni

Maud Adams Sam Shepard Terrence Malick
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Federico Pedroni
Federico Pedroni

Nato nel 1969, viene portato all’età di due anni – da una madre incosciente – a vedere Piccole donne e da allora non ha mai smesso di vedere film in maniera ossessiva. Tra uno spettacolo e l’altro si laurea in lettere moderne e cerca di placare la sua bulimia cinematografica vedendo praticamente ogni film che viene prodotto al mondo. In seguito, nei suoi molteplici abbozzi di lavoro, cerca di soddisfare sempre quella stessa fame. Da grande vuole fare il giornalista sportivo. Ama in maniera disperata, in ordine sparso, i noir e la Lazio, il baseball e i cefalopodi, Alfred Hitchcock e la birra Pilsner, gli Smiths e il mare di Stintino.

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