L’indie cinema americano non è fatto solo di caustiche commedie in fondo ricche di buoni sentimenti. I generi sono nati proprio per girare film dal budget contenuto che andassero incontro ai gusti del pubblico, non a caso i migliori noir degli anni Quaranta e Cinquanta sono produzioni di questo tipo, a loro modo cinema indipendente, pur sotto il cappello delle major.
Oggi le cose non sono cambiate, e i giovani cineasti che cercano di fuggire dalle costrizioni creative delle multinazionali sono ben lieti di declinare le loro storie in tanti modi differenti.
Blue Ruin, per esempio, è un noir a tutto tondo, storia di una vendetta lungamente attesa che si trasforma in una discesa all’inferno per Dwight, quasi vagabondo che un giorno scopre che l’assassino dei suoi genitori è uscito di galera. Lo uccide, ma le vendette hanno sempre un caro prezzo da pagare.
L’opera seconda di Jeremy Saulner, sei anni dopo l’horror Murder Party, non riesce però a trasmettere le forti emozioni che promette sulla carta, preferendo spesso l’effetto visivo a quello emotivo, dilatando i tempi inutilmente e creando una non attesa che non aiuta l’empatia nei confronti del protagonista e della famiglia che si è votato a difendere. Blue Ruin ha una freddezza congenita che rende arduo il desiderio stesso di conoscere le motivazioni psicologiche e sociali che guidano Dwight nelle sue azioni, ma non solo, è l’interesse stesso nei confronti del racconto che viene meno, tanto da desiderare solo che quanto deve accadere, accada alla svelta.
D’altronde, indie non significa ben riuscito. Le due cose sono indipendenti.


