Un racconto scabroso e irriverente, una satira sociale del terzo millennio rivolta a denunciare il disagio dell’agiata gioventù statunitense, consacrata a un nichilismo sempre più diffuso, imperante: è questoLe regole dell’attrazione, l’ultimo lavoro di Roger Avary, regista del film cultKilling Zoee coautore della sceneggiatura di Pulp Fiction, collaborazione che gli valse un Oscar.
Tratto dal romanzo di Breat Easton Ellis, il film conserva il tono dissacratorio, realistico giocando sull’effetto diretto dell’immagine, spesso più eloquente della parola stessa, perché più immediata, più violenta: il risultato è una storia corale, in cui le esperienze vissute dai singoli personaggi descrivono uno stile di vita condotto secondo il rifiuto di ogni regola, se non quelle dettate dall’attrazione per l’eccesso.
Le regole dell’attrazione sono poche, ma ben interpretate
Attori giovani e promettenti sono così gli interpreti di personaggi in apparenza vuoti, ma in realtà svuotati dai loro stessi desideri, dalle loro passioni, affogate nell’alcool, bruciate nel fumo, soffocate in futili storie di sesso, prive di carica erotica e ridotte a prestazioni violente, volute o casuali, ma in ogni caso subite.
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Il montaggio procede preciso, favorendo un impianto narrativo interessante, dove gli eventi vengono presentati a monte delle dinamiche che li hanno preceduti, dinamiche spiegate poi a ritroso secondo una narrazione filmica pluriprospettica che ricorda l’ultimo Van gun Sant: ma dove in Elephant le vicende di una medesima gioventù bruciata si dipanano secondo un lirismo che si sviluppa in crescendo sino all’esplosione finale, ne Le regole dell’attrazione non c’è poesia, se non in rari momenti dove la regia offre originali e suggestive soluzioni stilistiche che compensano a una volgarità altrimenti eccessiva, ma una comicità che implode, schermo di una visione del mondo cruda e disillusa in cui l’unica vera attrazione è l’impronunciabile fascino della parola fine.


