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Dylan Dog Dead of Night
Focus On

Dylan Dog, occhio privato molto speciale

Emanuele SacchiBy Emanuele Sacchi29 January 2011Updated:29 October 2019No Comments5 Mins Read

Craven Road 7, un urlo al posto del campanello e l’Incubo ha inizio, con tanto di Indagatore del medesimo. Cominciava così l’indimenticabile L’alba dei morti viventi, primo atto della saga di Dylan Dog, un nome che è diventato un logo per più di una generazione, affascinata da un fumetto abbastanza accattivante per piacere ai neofiti ma anche abbastanza raffinato per solleticare gli espertoni.

Ben pochi sfogliando quell’albo avrebbero immaginato di assistere a una trasposizione hollywoodiana del fumetto, ma dopo un decennio abbondante di voci, indiscrezioni, progetti e rinvii il Dylan di celluloide vede finalmente la luce. Una scommessa rischiosa: la natura di Dylan Dog è anche e soprattutto quella di un prodotto italiano. Perché – benché intriso di esterofilia per le citazioni continue attinte da letteratura e cinema di genere e benché sia ambientato a Londra – il punto di osservazione, la capacità di sincretismo e quel suo quasi indefinibile fascino “provinciale” forse non sarebbero possibili se non si trattasse di un fumetto popolare italiano, un Bonelli, e non una graphic novel di Alan Moore o Frank Miller.

Come portarlo su grande schermo quindi, specie a Hollywood? Operazione irta di difficoltà, non tanto per la necessità di soddisfare i fan del fumetto (target insignificante rispetto al potenziale del film) quanto per l’estrema complessità di un personaggio dalle mille sfaccettature, così difficile da ingabbiare negli spazi narrativi angusti di un singolo film.

Compito decisamente arduo per gli sceneggiatori, per giunta aggravato dalla necessità di spostare la produzione a New Orleans, comportando un adattamento per nulla agevole delle vicende. Dalla capitale stessa del genere gotico a una delle città più suggestive e peculiari del pianeta, lontanissima dalla precedente per usi, costumi e conformazione: “La Londra di Tiziano Sclavi è meravigliosa, è gotica e dark, è un posto dove può accadere qualsiasi cosa”, dice lo sceneggiatore Thomas Dean Donnelly. “È difficile trovare dei luoghi che assomiglino alla Londra di Sclavi”.

E quella geografica è solo una delle (inevitabili?) alterazioni rispetto allo spirito originario della serie: se il volto dell’eroe, nato ricalcando le fattezze di Rupert Everett, assume quelle del recente Uomo d’Acciaio Brandon Routh e il maggiolone non è più bianco (i diritti sono di Herbie e non si toccano), l’immancabile assistente Groucho – incarnazione dello humour e necessario elemento di contrasto con l’umore di Dylan – svanisce nel nulla, complice una cifra irraggiungibile in termini di diritti di immagine dei baffoni del fratello Marx più celebre.

I fan sfegatati, in attesa di rivedere cenni di Johnny Freak o delle gesta dei temibili Conigli Rosa, si possono rassegnare; è lo stesso regista Kevin Munroe, infatti, ad ammettere che:

“Anche se ho comunque dato un’occhiata alle dozzine di numeri italiani, ho effettivamente letto solamente quelli tradotti dalla Dark Horse Comics. La prima volta che ho sentito parlare di Dylan Dog è stato mentre stavo sviluppando un incarico presso l’editore di un altro fumetto. A quel tempo l’editore del fumetto aveva accesso a una proprietà intitolata Martin Mystère (altro classico della Sergio Bonelli Editore, nda) e io stavo sviluppando il progetto per farne uno show televisivo che però poi non è stato realizzato. Dieci anni dopo ho ricevuto una telefonata da Platinum Studios e Hyde Park Entertainment in cui mi chiedevano se avessi mai sentito parlare di Dylan Dog perché avevano una sceneggiatura che volevano che leggessi. Se cercate la prova dell’esistenza del karma nell’Universo, eccola qui”.

“La cosa importante dell’universo di Dylan Dog è il mondo che si cela sotto al nostro e il fatto che ci siano attorno a noi, e tra di noi, delle persone che conducono una doppia vita”, prosegue l’altro sceneggiatore Joshua Oppenheimer. “Noi amiamo questa serie di fumetti perché ci presenta un mondo unico e un mix di generi come solo il fumetto europeo sa fare”.

Dylan è il gioiello più prezioso di casa Bonelli, con buona pace di Tex e Martin Mystère: per i dati di vendita esorbitanti raggiunti nella sua epoca aurea – quella che lo rese “secondo solo a Topolino” – e per aver generato un fenomeno di costume duraturo, prendendo spunto esclusivamente dalle passioni e dal talento di Tiziano Sclavi. La forza della poetica sclaviana risiede soprattutto nella componente patetica o anche solo etica delle vicende dell’Indagatore dell’Incubo che, prima di essere un eroe, è un uomo dotato di una sensibilità fuori dalla norma, tale da permettergli spesso di risolvere i “casi”, nonché di comprendere il lato umano (e sovente tragico) delle vicende in cui si imbatte.

Il rischio tangibile di vederlo confuso nella miriade di produzioni neogotiche che – tra film e serie TV – hanno intasato il recente mercato horror, spesso eccessivo o tendente al giovanilismo, pare scongiurato dallo sforzo sincero di Munroe di mantenere la diversità dylaniana: “Penso che sia giusto per Dylan, in questo film, non avere mentori a cui appoggiarsi. Del resto deve essere un personaggio fallace. Questo è uno dei lati più affascinanti di Dylan Dog. Deve continuamente rialzarsi“. O per meglio dire, come da (geniale) tagline: “Every Dog Has Its Night”.

Brandon Routh
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