Una madre. Un padre. Tre figli. Una famiglia. Non solo. Mescolando ambizioni bibliche e ipnosi postmodernista, Terrence Malick costruisce con The Tree of Life un ragionamento per immagini che ha come tema d’analisi il senso del nostro stare al mondo. Attraverso gli archetipi della nostra società – raffigurata stilisticamente come una suburbian life dell’America anni Cinquanta – Malick ricostruisce un immaginario allo stesso tempo moderno e arcaico. Descrive con un cinema ipnotico una ricerca ossessionata del senso della vita.
The Tree of Life non teorizza né suggerisce, sviluppa anzi con una sceneggiatura ai limiti dell’eccesso ellittico la strada dell’associazione mentale per immagini. Si passa dalla borghesia patriarcale alla creazione dell’universo, dal venire al mondo dei bambini all’american dream, alla nascita e scomparsa dei dinosauri, dall’educazione tradizionalista al mistero del big bang, accompagnato dal Requiem di Zbigniew Preisner scritto per Kieslowski.
Poter essere ancora umani
“Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, scriveva Terenzio nell’Heautontimorùmenos, “nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. Malick prende a cuore questo insegnamento e sceglie di regalarci un’analisi completa del senso della vita, del significato del poter essere – ancora – umani. E il nucleo resta tra noi, si nasconde nelle pieghe di un evoluzionismo ancora inconoscibile come la nostra voglia di apprendere e di sapere. La crescita di un bambino e le regole a cui è sottoposto sono intimamente legate a quelle dell’evoluzione della specie, alla capacità del nostro pianeta di saper tornare e rivivere da glaciazioni e tempeste.
The Tree of Life: mio padre non è papà
Il microcosmo da cui tutto si osserva resta quello familiare. Il ruolo materno, rossissima emanazione della vita – simboleggiato più che interpretato dalla magnifica Jessica Chastain – si contrappone alla paternità, violenta suo malgrado. Brad Pitt è un padre archetipico – father, mai daddy – che impone e detta le regole, amato ma inconoscibile, quasi costretto nel suo ruolo anaffettivo quanto formativo. Ma la riconciliazione con la propria formazione – con la propria esistenza, con il proprio dolore – è quello che sta più a cuore a Malick. Il ragazzo/adulto Sean Penn vaga alla ricerca di un ricordo, di un barlume di esistenza che non è riuscito a digerire, a pensare, a rendere natura. Cinquantenne in crisi, si aggira nei meandri del passato per ricostruire la propria essenza, la propria ragion d’essere. Perché l’uomo non esiste per sé ma solo attraverso relazioni e rapporti e conti con il vissuto esistenziale.
Nessun autore, prima d’ora, aveva affrontato le pieghe dolorose dell’esistenza umana, del suo significato ultimo e per- ciò definitivo, se non il Kubrick di 2001: Odissea nello spazio.
La differenza è che il bambino astrale non si trova più ai confini dell’universo ma qui, chiaro, davanti a noi. Non serve un viaggio nello spazio sconosciuto e infinito, ma un assai più doloroso excursus nella propria memoria. Il lutto, la perdita, la sensazione che la cristallina purezza degli affetti della propria infanzia non possa né ripetersi né proteggere è un monito spaventoso, minaccioso, ai limiti dell’estrema sopportazione. Ma è lì, nella memoria frastornata, che la ragione del sé continua a esistere.
In questo viaggio pericoloso Malick ci accompagna con una narrazione che travalica i confini del plot cinematografico. Il suo cinema è altro, non può confondersi con un semplice succedersi di avvenimenti. Le cose che accadono sono contingenti – il dolore, l’amore, la pietà – ciò che conta è il significato profondo che le ravviva.
The Tree of Life: un viaggio conoscitivo
L’eterno peregrinare nella memoria cui è costretto il personaggio di Penn è la ricerca veterotestamentaria della consapevolezza di una dannazione, che è quella dell’amore tra gli umani. Il senso profondo di The Tree of Life, viaggio conoscitivo più che esperienza visuale prettamente cinematografica, sta nella riconciliazione – forse impossibile, ma sempre anelata – con il proprio passato e con la propria pregnante umanità. Noi siamo ciò che riusciamo a riconoscere, nel bene e nel male.
La paternità come strumento di legge assume allora coloriture impensabili, scampoli affettivi che travalicano la propria natura. E in questo universo di lutto, salvato dalla figura metafisica del concetto di madre, il film trova corpo. E anima.
E sangue. Rapinando domande che affollano la cultura tragica dei greci e scippando Shakespeare come interprete principale delle ansie dell’uomo d’occidente. The Tree of Life riassume in poche studiate sequenze tutto il cinema di Malick, la sua eterna interrogazione dei rapporti tra uomo, storia e natura. Stretto tra un fatalismo post-illuminista e uno spiritualismo ibrido molto più mistico e panteistico che strettamente religioso, The Tree of Life è un vangelo laico per immagini, in cui i versetti sono accennati appena, con un lavoro a levare sul suono che rende appena percettibili le sue reiterate riflessioni. Un affresco sulla nostra esistenza che rappresenta uno dei punti più alti (e problematici) della cinematografia contemporanea. Una prova di quanto il cinema possa ancora, in rarissime e speciali occasioni, insegnare a indagare se stessi e la propria anima.
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