Solo venti minuti per entrare nella storia restarci per l’eternità: Un Chien Andalou di Luis Buñuel, su soggetto, sceneggiatura e produzione di Salvador Dalì, è uno dei simboli identificativi del cinema stesso. Al pari del vestito bianco di Marilyn che si alza al passaggio della metropolitana, del sorriso di Chaplin incastrato tra gli ingranaggi, il fotogramma in cui il regista sta per tagliare l’occhio della sua compagna rappresenta il cinema tutto, come arte e come manifesto.
Capolavoro del genere surrealista, uno dei film più disturbanti di tutti i tempi, onirico, psicanalitico, slegatissimo eppure lucidissimo nella sua apparente mancanza di senso, fu il contraltare dichiarato del Dadaismo, il manifesto del Surrealismo cinematografico, il primo film nella storia a contenere esplicite immagini di sesso, osteggiato e aspramente criticato da una morale contemporanea che non sapeva accettare di vedersi rappresentata sullo schermo.
Il susseguirsi delle immagini sempre più forti, le cinque didascalie apparentemente avulse dal contesto non sono altro che un chiarissimo rimando alla morale e alle costrizioni societarie sull’essere umano. Critiche non troppo velate alla donna casalinga, desideri e pulsioni quasi animaleschi, metafore sessuali, presenza di figure androgine e non collocabili in un genere binario… ancora oggi Un Chien Andalou è un film rivoluzionario, che addita la società e la religione come inutili zavorre che frenano la natura umana con convenzioni e imposizioni costrittive. Se si supera l’impatto della prima scena – pure fondamentale per la filosofia del regista che vuole tagliare l’occhio dello spettatore per infilarci dentro quello che non vuol vedere – si entra letteralmente in un mondo di sogno, ben lontano da quello delle favole. L’onirico di Buñuel è il tormento del pensiero che si rivela solo quando l’inconscio prende il sopravvento, quando l’eros si libera dalle costrizioni e si libra nelle sue contraddizioni. Quando i sentimenti più nobili, i fastidi, le pulsioni, i tormenti prendono forma. Qualcuno potrebbe facilmente affermare che si tratti di incubi, ma sarebbe una semplificazione. L’universo onirico contenuto in quei ventuno minuti è puro e schietto, per questo la sua risultante è insopportabile ai più.
Un Chien Andalou a fumetti

Oggi tutto questo diventa un fumetto: Nicola Pesce Editore pubblica, a partire dal 19 agosto, il bel volume di Andrea Cavaletto, già sceneggiatore di Dylan Dog e Martin Mystère. Passo passo, fotogramma per fotogramma, a carboncino, le tavole riportano il capolavoro assoluto del cinema surrealista.
“Ho visto e rivisto il cortometraggio, studiandone in dettaglio ogni inquadratura”, racconta l’autore. “Poi ho fotografato tutte le scene del film, quasi fotogramma per fotogramma (3745 foto). Ho scelto le più rappresentative”.
Un’idea nata non dalla visione cinematografica, ma proprio dalle pagine di un altro fumetto, come spiega lo stesso Cavalletto: “Quando, da ragazzino, leggendo l’Enciclopedia della Paura allegata ad uno speciale di Dylan Dog, sentii per la prima volta parlare del film e vidi la famosa scena dell’occhio tagliato dal rasoio, ne rimasi morbosamente attratto. Il cortometraggio riuscii a vederlo solo parecchi anni dopo e, nonostante non riuscissi ad afferrarne il senso, mi stregò. Ho sempre cullato l’idea di farne una trasposizione a fumetti. E adesso, grazie a Edizioni NPE, quel sogno è diventato realtà”.
Erano anni che Andrea Cavalletto non si cimentava in un’opera così complessa interamente disegnandola a mano: autore prolifico, ha abbracciato le tecniche più disparate della narrazione per la Nona Arte: “Il disegno non l’ho mai abbandonato, perché mi piace e mi rilassa. Ogni tanto mi capita di fare una illustrazione per un poster cinematografico o per la cover di un libro o album di qualche metal band, ma erano parecchi anni che non realizzavo un’intera graphic novel. Mi sono divertito. E, anzi, è stato il lavoro che più mi ha aiutato a rilassare la mente nel momento di lockdown, reduce dalla guarigione del Covid”.
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