Di tutti i mostri della notte, il vampiro è forse quello che ha fatto versare più inchiostro in assoluto attraverso i secoli. Atti di vampirismo o comportamenti di stampo simile sono ravvisabili più o meno in tutte le culture. Di pari passo alla tradizione del mostro mai dissetato, si è sempre parlato dei modi per sconfiggerlo. Fantasiosi e vari, coerenti tra loro o contrastanti, i metodi di uccisione del vampiro hanno scatenato la creatività di autori in tutto il mondo. Ma c’è una figura di secondo piano, eppure ricorrente, che fa pensare che chi di sangue ferisce, di sangue debba poi inevitabilmente perire.
È il figlio del vampiro, sangue del suo sangue, l’arma più pericolosa per i non-morti. Così è nato Blade, mezzo umano, mezzo vampiro, dalle pagine della Marvel, in perenne lotta con se stesso, con la sua anima divisa tra bene e male, con tutto ciò che comporta la sua scelta.
Così è nato anche uno dei fumetti italiani più interessanti mai realizzati
Dampyr, della Bonelli Editore, che sviluppa in maniera approfondita e multisfaccettata la figura di Harlan Draka, figlio di un’umana e un Maestro della Notte, paladino del bene e della lotta all’oscurità, in bilico tra la giustizia umana e quella divina, che si avvale del prezioso aiuto dell’arcangelo Caleb Lost, ma poi non esita a mordere i vampiri e i maestri per succhiar loro la conoscenza di alcuni fatti.
È difficile trovare una figura più interessante del vampiro, con l’inevitabile fascino al seguito, quell’aura di sensualità che non lo lascia mai. Eppure il dampyr può superarlo, con tutti i conflitti interiori, la sua mortale ma lunghissima esistenza, la sua impossibilità ad essere normale e a vivere una vera vita privata, prigioniero com’è della sua missione e della sua condizione.
È su questo che ha giocato tutta la trilogia di Blade – un Wesley Snipes sempre in gran forma e con i denti già abbastanza grandi di suo – sul dilemma e il continuo stare in bilico tra il proprio lato oscuro e la scelta razionale della lotta al male.
Con le stesse atmosfere cupe condite di rosso, gli stessi cattivi stupidi capitanati da un boss più intelligente, sempre arrabbiato e trasudante sensualità (questa volta è donna: Parker Posey, carina e in parte, anche se sopra le righe, ma troppo traballante sui tacchi alti), anche il terzo capitolo di questo franchise non smentisce i punti di forza dei due precedenti. Sbruffone, chiassoso, stilizzato fino all’ostentazione, Blade Trinity maneggia un bel po’ di materiale “vampiresco”.
Pesca qua e là nelle tradizioni popolari, nella letteratura, nel cinema precedente di qualità e non, e fa un bel piatto misto di tutto ciò che gira intorno ai vampiri: aglio, argento, virus, luce… Ma nel far questo mantiene una totale padronanza della cosa, manipola il tutto come si fa con la creta sul tornio, e lo plasma a suo uso e consumo, per uno spettacolo antivampiro tutto action e battute al vetriolo.
La scena questa volta viene divisa in tre, dato che Blade si ritrova con due aiutanti più giovani, ma umani, che hanno anche più scene del monolitico Snipes. Jessica Biel, trasportata direttamente dalla serie Settimo Cielo (ma qualche crocifisso può tornarle utile anche qui), è in formissima e si è trasformata, da ragazza un po’ ribelle, ma pur sempre di buona famiglia, in una combattente coi fiocchi, sensuale e scattante, arrabbiata quanto basta e con un costume dai centimetri risparmiati; Ryan Reynolds è il numero tre, più letale con le battute di spirito che con le armi, sempre pronto a sfoggiare gli addominali per la gioia del pubblico femminile.
Ce n’è per tutti, insomma, e non c’è da aggiungere molto altro, se non che si va al cinema anche per divertirsi e per vedere nuove versioni di tradizioni antiche. Se si mischiano bene gli ingredienti, si possono creare nuovi dolci, ugualmente buoni.


