Dal vivo, la stazza di Dwayne Johnson è ancora più impressionante che sul grande schermo. Potrebbe incutere timore se non mostrasse fin da subito un sorriso sereno e una gentilezza che mette immediatamente a proprio agio. Lo abbiamo incontrato a proposito del suo nuovo fantasy- adventure Viaggio nell’isola misteriosa, girato tra i magnifici scenari delle Hawaii.
Dwayne Johnson, come è stato tornare da star a lavorare nel luogo dove è cresciuto?
Grandioso. Me ne sono andato da qui come una persona che aveva causato soltanto problemi a chi gli stava intorno, e adesso invece e posso portare con me una produzione di milioni di dollari da investire in questa terra. Aiutare il business locale è una cosa che mi rende fiero.
Cosa ha amato del suo personaggio, Hank, e della sceneggiatura?
Lo script era già ottimo, pieno di trovate ironiche. La compagnia di produzione è venuta da me con l’idea precisa di voler fare un reboot del primo film, il che significava ripartire quasi da zero. C’era un bel po’ di lavoro da fare nel creare il mio personaggio e introdurlo al pubblico, in pratica tirarlo su dal niente. Volevamo che fosse divertente.
Amo essere in film “duri”, con scene di caccia all’uomo e inseguimenti, ma volevo confrontarmi
prima di tutto con un prodotto d’avventura rivolto alle famiglie, avere a che fare con figure più vulnerabili, e poi
anche con un film in3D che non avevo mai fatto. E poi mi ha stimolato la possibilità di rendere omaggio all’opera di grandi scrittori come Jules Verne.
Dwayne Johnson è un fan dei libri di Jules Verne?
Da bambino ho amato moltissimo 20.000 Leghe sotto i mari e più in generale l’opera di Verne. Non sono un grande lettore di avventura, ma ero un suo fan e l’idea di capitalizzare il successo del primo film parlando ancora di più di questi libri per me era fondamentale per partecipare all’operazione.
Le piacerebbe se questo film riportasse l’attenzione dei giovani sugli scrittori e sui romanzi d’avventura?
Assolutamente sì, il grande pregio di Viaggio nell’isola misteriosa è che stimola molto l’immaginazione: animali
giganteschi che diventano minuscoli, api che sembrano aquile, il mito di Atlantide, Capitano Nemo e tutto il resto, c’è la possibilità per le nuove generazioni di riallacciarsi a tutto questo attraverso il film.
E del 3D che ne pensa?
Penso che dopo che James Cameron l’ha reso così perfetto con Avatar sia magnifico da sfruttare per aumentare le spettacolarità del film. Noi abbiamo creato effetti speciali e le ambientazioni apposta per sfruttarli al meglio con il 3D.
Però lo avete usato anche in maniera spiritosa. Mi riferisco a una certa scena con i pettorali… Ma lei ottiene davvero l’attenzione delle donne in quel modo?
Be’, così l’attenzione si ottiene eccome! Funziona poi? Questa è tutta un’altra questione… A parte gli scherzi, abbiamo girato quella scena anche per fare ironia sull’uso del 3D e sul mio fisico scolpito. Trovo sia un bel modo di prendersi in giro e far capire agli spettatori che ci si vuole divertire insieme a loro.
Il ruolo di Hank però implica anche delle riflessioni sul ruolo di padre, e sulle responsabilità che questo comporta…
Verissimo. All’inizio del film il personaggio di Sean, il figliastro di Hank, viene presentato come un ribelle a cui
il patrigno deve insegnare a incanalare le proprie energie. È qualcosa che sento molto, l’ho vissuto sulla mia pelle da giovane. Sono stato arrestato svariate volte prima dei diciassette anni: risse, furti, un sacco di merda.
Ho avuto fortuna ad avere persone intorno a me, prima di tutto miei genitori, che credevano che avessi del potenziale. Anch’io sentivo di averlo, ma non riuscivo proprio a capire quale fosse. Spesso serve qualcuno che ti aiuti a inserire la tua energia e le tue aspettative dentro il giusto scenario, in modo che diventino una passione.
Allora potrai cominciare a innalzarti come persona perché ti dedichi a qualcosa con devozione, e reagisci finalmente con energia positiva agli stimoli esterni. Può essere lo sport, la scienza o qualsiasi altra cosa.
Nel suo caso è stato lo sport…
Esatto. La mia passione e la mia ideologia sono stati gli sport. Quando avevo quattordici anni ho capito che potevo migliorare il mio corpo, rafforzarlo e adoperarlo per eccellere. Potevo togliere la mia famiglia dalla povertà. Così anche nei momenti più difficili, quando mi mettevo nei guai, lo sport divenne la mia via d’uscita.
Trovai un traguardo da raggiungere e su cui focalizzare tutto me stesso.
C’è stato un momento specifico di svolta nella sua vita?
Non uno soltanto, ce ne sono stati molti e progressivi nella mia giovinezza. Ricordo bene che l’ultima volta che sono stato arrestato sapevo che non sarebbe più accaduto. Non si trattava della solita rissa, era una questione familiare di assegni non pagati, non riuscivamo a trovare i soldi per mettere qualcosa in tavola. Io comunque
ero una ragione di dolore per i miei e decisi che non lo sarei più stato.
Il destino volle che proprio in quel periodo fui espulso da scuola, e un coach mi prese da parte e mi disse che voleva che giocassi a football per lui. Non mi conosceva, ma oltre a essere un allenatore, era anche uno che si voleva prendere cura dei ragazzi e scoprire il loro talento. È stato lui a cambiare la mia vita.
Lei ha una figlia a cui insegnare tutto questo…
Il ruolo di genitore è senza dubbio quello più difficile ed entusiasmante. Crescere un figlio è una sfida incredibile, vorresti prendere sempre le decisioni giuste e insegnare loro dei valori corretti, ma al tempo stesso devi imparare tu delle lezioni come genitore, e farai comunque degli errori.
Ho una piccola ragazza con cui ho una relazione speciale: cerco di indirizzarla, prima di tutto a comprendere il valore del denaro e del lavoro, visto che sta crescendo in una situazione del tutto differente da quella in cui sono cresciuto io.
Il nostro rapporto è in continua evoluzione e così deve essere: il mondo cambia costantemente, riceviamo sempre informazioni differenti, non si può rimanere in un rapporto padre-figlia immobile. Trovare un equilibrio significa elaborare tutto questo. Ci sono delusioni, certo, ma siamo sempre motivati entrambi a fare bene e con passione.
Il consiglio più importante che le ha dato fino a oggi?
Reagire sempre a chi vuole metterle i piedi in testa. Da ragazzo sono stato vittima di bullismo un paio di volte quando ero al liceo, e quando se ne ha abbastanza bisogna ribellarsi. Non sarà la cosa migliore in assoluto, lo capisco, ma era la cosa migliore per me.
Il mio consiglio è sempre quello di comunicare, far sapere che avvengono queste cose: genitori, professori, consulenti. Il nostro compito è dare ai nostri figli la possibilità di esprimersi.




