Principessa Mononoke torna periodicamente al cinema. All’epoca della sua prima uscita in sala (il film è del 1997, ma nei nostri cinema arrivò solo nel maggio 2000), questa fu la nostra recensione.
***********
C’era una volta la terra incontaminata, quando ancora la natura era rigogliosa e gli spiriti abitavano le foreste, quando le acque delle fonti avevano proprietà miracolose e gli animali erano enormi ed intelligenti e avevano ancora il dono della parola.
C’era poi il Giappone dell’era Muromaki, l’epoca in cui le classi non erano ancora definite, le donne erano libere e tutto aveva un sapore di nuovo, l’epoca in cui si iniziò ad usare il ferro, a costruire le armi, a tagliare gli alberi e la guerra era il mezzo più usato per risolvere i problemi.
Nell’era Muromaki la nobile stirpe degli Emishi era considerata estinta da più di cinque secoli, ma il giovane principe Ashitaka era l’ultimo nelle cui vene scorreva ancora quel sangue. Con la sua profonda nobiltà d’animo e il suo coraggio, lasciò il suo villaggio alla ricerca della fonte delle maledizioni che stavano disturbando gli spiriti della terra e giunse a Tatara-ba, la Città del Ferro, dove Lady Eboshi insegnava alla povera gente a sopravvivere e a lavorare. Ma la Città del Ferro non era ben vista dagli dei della foresta perché Lady Eboshi non aveva timore del Dio Cervo ed il suo cuore era scuro. Gli enormi animali rimasti in vita da tempo immemore lottavano contro di lei per difendere la dimora del dio. Fra di essi c’era una ragazza, la più agguerrita e carica di rancore verso gli esseri umani usurpatori, la Principessa Mononoke.
Leggi anche: La città incantata
Hayat Miyazaki e lo Studio Ghibli
In questa atmosfera leggendaria Hayao Miyazaki ambienta il suo ultimo capolavoro, Mononoke Hime, tratto in parte dalle leggende popolari dell’antico Giappone e in misura maggiore dalla sua fervida fantasia. Questo lungometraggio segna finalmente l’ingresso del più grande animatore giapponese nel mondo del cinema internazionale.
Legato all’animazione tradizionale (solo il dieci percento del film è stato realizzato con tecniche digitali), ma per certi versi rivoluzionario, questo film è il risultato delle incredibili innovazioni e ricerche di Miyazaki e del suo Studio Ghibli.
Sempre legato ai suoi temi preferiti, quali la natura, il rispetto verso gli animali, la ricerca di sopravvivenza, la mitologia (già ampiamente sviluppati nel poetico Nausicaa nella Valle del Vento), Miyazaki riesce a portare sullo schermo un prodotto naturalmente lontano dalle edulcorate animazioni di tipo occidentale dirette a un pubblico di bambini, ma originale e nuovo anche rispetto al ricco panorama giapponese.
Autore in passato della serie Heidi, che riscosse un notevole successo anche in Italia, e del primo lungometraggio della serie Lupin III dal titolo Lupin e il Castello di Cagliostro (e di numerose altre perle note agli appassionati del genere), Miyazaki ha il pregio di portare sullo schermo temi e moduli narrativi comprensibilissimi anche per gli occidentali, spogliandosi del simbolismo tipico degli anime giapponesi a noi incomprensibile (vedi ad esempio le numerose piogge di petali nella serie Lady Oscar che annunciavano sin dalle prime puntate la morte prematura della protagonista).
Principessa Mononoke: animazione adulta
I personaggi nati dalla sua mente sono inseriti sì nel contesto storico-geografico in cui la storia si svolge, ma sono sempre esseri umani con caratteri e psicologie in cui chiunque si può ritrovare. In Principessa Mononoke, come in tutti i precedenti film dell’autore, non esiste una netta distinzione tra buoni e cattivi: male e bene coesistono all’interno di una stessa persona come avviene nella realtà. Il conflitto che viene a crearsi fra uomini e animali è dettato solamente da una lotta per la sopravvivenza che non ammette errori e porta a giocare tutte le carte,anche quelle truccate. Ne nasce un film estremamente articolato e corale, in cui coesistono la cruda realtà e il misticismo più favolistico, samurai, donne intraprendenti, mercanti e cavalieri erranti, monaci e lebbrosi, lavoratori infaticabili ed esseri mitici ed effimeri. Su di essi si stagliano due forti figure: quella del giovane principe Ashitaka, l’unico personaggio sempre pronto a fare la cosa più giusta, al di sopra delle parti e con un enorme rispetto per la vita, e San, la Principessa Mononoke (Spirito), abbandonata da piccola nella foresta incantata del Dio Cervo e adottata da Moro, una gigantesca lupa bianca che l’ha cresciuta nel branco come un cane selvatico.
Inseriti in sfondi minuziosamente curati da un estremo gusto per il particolare, questi personaggi si muovono agili e scattanti; corrono, galoppano, saltano e lottano come se fossero seguiti dalla macchina da presa di un film d’azione in un susseguirsi di scene avvincenti e mozzafiato. Le numerose scene paesaggistiche infondono tranquillità e descrivono la terra di un tempo lontano, velata da un alone magico.
VOTA PRINCIPESSA MONONOKE SU LETTERBOXD
I milioni di colori utilizzati dagli animatori dello Studio Ghibli permettono una riuscita sorprendente, che ricorda la pittura ad acquerello e consente un maggiore realismo. Le anatomie sono perfette, sia quelle degli animalli, sia quelle degli esseri umani. In particolare San è una ragazza bellissima, selvaggia e sensuale, scattante e leggiadra allo stesso tempo. Una figura superbamente descritta da cui non si può non restare affascinati; San rappresenta la scelta estrema, il rinnegare anche la propria natura in nome di un qualcosa in cui si crede.
Nel film sono riscontrabili numerosi elementi presi da altre culture, in particolare dalla Vecchia America. Non solo Tatara-ba è la tipica città di frontiera, chiusa come una fortezza e tesa alla conquista di nuove terre, ma anche Ashitaka è un po’ la versione giapponese del cowboy vagabondo alla ricerca di un qualcosa, giusto e allo stesso tempo al di sopra di ogni legge. E gli animali non richiamano forse i vari popoli di nativi americani, combattuti e imprigionati nei loro stessi territori, costretti a confinarsi in quel poco di natura rimasta per non estinguersi? Quando i cinghiali vanno alla guerra infatti, si dipingono il volto con i segni propiziatori della battaglia, come facevano gli indiani nelle lotte tra le tribù.
Ma gli influssi delle antiche culture native sono riscontrabili anche nella mitologia animista che pervade tutto il film, secondo la quale ogni elemento della natura racchiude in sé uno spirito e delle proprietà soprannaturali (tema presente comunque anche nelle antiche leggende giapponesi, seppur in minor misura) e soprattutto nelle meravigliose musiche del maestro Jo Hisaishai, già collaboratore di Miyazaki per Nausicaa, Laputa, Kiki e Porco Rosso. Le avvolgenti melodie da lui composte aggiungono espressione ai sentimenti dei personaggi e valore alle singole scene, in particolare i crescendo musicali che accompagnano Ashitaka attraverso paesaggi sterminati verso la Città del Ferro.
Naturalmente questo film, tutto adulto, non è stato concepito per i bambini: le numerose scene violente e sanguinose, le complicate e delicate tematiche affrontate, l’incredibile intreccio della trama e la varietà dei personaggi ne fanno un film per un pubblico attento e capace di apprezzarne la straordinaria tecnica.
Non è il primo tentativo di portare in Italia l’animazione adulta così fiorente in Giappone e ormai discretamente apprezzata anche negli Stati Uniti: in passato ci furono Akira e gli altri casi isolati, rimasti purtroppo senza seguito se non quello di pochi appassionati del genere. Chissà se stavolta la dolce San riuscirà a cambiare le cose.


