Fino a non molti anni fa (meno di quanto non ci imbarazzi ammettere), esisteva soprattutto al Sud la pratica della “fuitina”. Due giovani i cui genitori si rifiutavano di farli sposare fuggivano insieme, consumavano il loro amore, mettevano i genitori di fronte al “fatto compiuto” e così dovevano sposarsi per forza, per non gettare la famiglia nel disonore. Ma il “matrimonio riparatore” non era sempre una pratica consensuale. Accadeva che, se un ragazzo voleva una ragazza, se la prendesse contro la sua volontà, con violenza. Perché gli spettava. E che poi, per riparare all’onta che vedeva lei come “svergognata”, una giovane donna era costretta a sposare il suo stupratore. È quanto racconta Primadonna.
A metà degli anni Sessanta una ragazza di 21 anni, Franca Viola, si ribellò a questa pratica. Lei, da sola, contro una società non solo omertosa e complice, ma che additava la donna come colpevole del peccato, portatrice dell’onta e del disonore.
“L’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce” fu la celeberrima frase che pronunciò durante il suo processo. E ahinoi, è validissima ancora oggi, nel 2023, in un civilissimo presente in cui si continua a spostare l’attenzione sulle vittime anziché sui carnefici.
Marta Savina aveva già portato questa storia al cinema, con un cortometraggio intitolato Viola, Franca. Ora fa il salto, esordisce nel lungometraggio, con la stessa storia e la stessa attrice, la brava e intensa Claudia Gusmano, dagli occhi grandi, dalle espressioni significative. E anche se non esistono concetti utilitaristici per le forme d’arte, non possiamo evitare di scrivere che Primadonna è un film necessario. Ancora oggi. Soprattutto oggi.
La Sicilia e le femmine: lo stile di Primadonna
Recitato interamente in dialetto siciliano, di Alcamo, dove la vicenda ha avuto luogo, immerso in una realtà senza orpelli, artifici o sofisticazioni, Primadonna potrebbe essere quasi definito film neorealistico. Tutto è giocato sul non detto, su ciò che viene taciuto, su “vicende di femmine” che sono di poco conto, che non interessano chi gli affari li fa sul serio. L’omertà, il tifo per il boss, la processione che si ferma sotto al suo balcone, il prete corrotto. C’è tanta Italia ed è sbattuta lì, come uno schiaffo, sullo schermo, privata di qualunque mistificazione o sottolineatura non essenziale.
Costumi, musiche, fotografia. Gli sguardi che non si incrociano se non quando qualcuno vuol dire qualcosa di profondamente vero, la vergogna, l’atteggiamento di una madre che fatica a uscire dalla mentalità comune, senza biasimo, vissuta com’è immersa in quella pozza putrida che è il giudizio altrui. In Primadonna ogni elemento concorre a impiantare nello spettatore la rabbia verso l’ingiustizia, verso l’abominio che è lo stupro, ma ancor di più verso tutto ciò che viene dopo.
Una donna che firma una denuncia compie un atto di grande coraggio, ma spesso non sa cosa la aspetta. La solitudine siderale alla quale sarà condannata, l’incomprensione generale, il sospetto e il dubbio, in fondo in fondo, del concorso di colpa. Oltre alla lentissima trafila legale, naturalmente.
Ed è così che Lia / Franca decide di ribellarsi, per poi non poterne più e ritrovarsi travolta dalla valanga del caso, di elementi che si aggiungono quando sembrava sarebbe stato molto più facile. Uno migliore dell’altro gli attori in questo film, ma su tutti Claudia Gusmano, che viene per lo più dalle serie TV. Sul suo volto passano tutte le emozioni, i pensieri non verbalizzati, le paure e quella dignità che Franca Viola ha sempre portato alta, in mezzo a sguardi accusatori e pontificanti, eppure con una leggerezza espressiva che priva questo film da ogni orpello e persino dal peso della storia. I nomi vengono leggermente cambiati, Melodia diventa Musicò, ma questi piccoli accorgimenti sollevano il racconto dal cristallizzarsi in un passato storico, per assumere un respiro più universale, più pieno, più appartenente a ogni donna.
Primadonna a ribellarsi, eroina della storia d’Italia
Nel 1965 condannare una giovane a sposare il suo stupratore era normale perché la violenza sessuale era reato contro la morale. E il matrimonio riparava il danno. Franca Viola fu la prima ribelle. La legge cambiò solo nel 1981, con l’abolizione del matrimonio riparatore e, in seguito, nel 1996, con l’affermazione per cui lo stupro è un crimine contro la persona. Marta Savina racchiude tutto questo in un unico fotogramma, con il volto di Claudia / Lia sorridente. Perché un’ulteriore violenza che si infligge alle donne vittime di abusi è di volerle immaginare per sempre infelici, incapaci di ricostruire qualcosa che è stato irrimediabilmente frantumato, curve sotto il peso di una vita che è stata in qualche modo privata di senso. Invece Franca è tornata a sorridere. Ed è il miglior messaggio che possiamo dare a tutte le donne che sono ancora indecise nell’apporre una firma di denuncia.
Gli eroi son tutti giovani e belli.


