Wong Kwar Wai ha avuto la fortuna di incontrare, sin dall’inizio della sua carriera, l’incredibile talento visivo di Chris Doyle, direttore della fotografia che ha dato ai suoi film, così come a quelli di altri registi, soprattutto provenienti da Hong Kong, una cifra stilistica inconfondibile.
Personaggio sui generis, Doyle, australiano, nasce come regista teatrale e ha intrapreso il proprio approccio alla macchina da presa quasi per caso, scoprendo di poter fare grandi cose. Vive ormai da anni in Giappone ed è legato a filo doppio con la cinematografia dell’estremo oriente.
L’esordio alla regia era inevitabile, soprattutto per un personaggio del genere, estremista nella costruzione delle immagini come nella vita. Molti operatori di talento sono passati, in questi ultimi anni, dietro la macchina da presa, ma non sempre i risultati sono stati buoni. Ricordiamo Philippe Rousselot (Il bacio del serpente), o Chris Menges (il recente Il figlio perduto), ma il film di Doyle è assolutamente spiazzante sotto questo punto di vista.
Immagini come sempre eccezionali, sia per gli esterni che per le parti girate in studio, queste ultime impreziosite dalle belle scenografie, soluzioni visive di ogni tipo, usando filtri, accelerando o diminuendo la velocità di ripresa, caricando e desaturando i colori, spezzoni girati in digitale. Insomma, la sua arte utilizzata finalmente non per il lavoro altrui.
Ciò che lascia interdetti è la costruzione della storia, strano menage tra un dissoluto beone inglese, una bella giapponese e un ragazzo di Hong Kong che ricorda la sua idilliaca fanciullezza, vissuta in un meraviglioso villaggio sul mare, contrapposta alla vita estraniante e dissoluta della metropoli (Okinawa).
La storia è trattata con uno stile tutto personale che non aiuta a seguire, nè soprattutto a capire quello che sta succedendo, intervallata da clip musicali che spezzano ulteriormente la narrazione.
Alla fine non si capisce molto bene dove volesse andare a parare, ma si deduce, comunque, che ci si trova di fronte ad un’opera estremamente personale e sentita, forse per lo spettatore poco riuscita, ma certo importante per chi l’ha girata. Tanto che alla fine, nei titoli, Doyle non dimentica Wong Kwar Wai, ringraziandolo “per essere stato lontano”.


