Ted Hughes è stato, , insieme a Philip Larkin, Geoffrey Hill e Sylvia Plath, uno dei più importanti poeti inglesi del secondo dopoguerra. Quest’ultima fu anche moglie di Hughes, ma il suo male di vivere le impedì di restare a lungo vicino all’uomo che amava ed i loro due bambini.
Si uccise, lasciando un grande vuoto nei loro cuori, cosa difficile da accettare alla stessa stregua per un uomo adulto come per chi la vita e la morte le deve ancora comprendere.
Questo fu The Iron Man per gli Hughes, la maniera per accompagnare la loro amata moglie e madre in un luogo dove potesse trovare la pace mai avuta in Terra. Scritta nel 1968, venne pubblicata negli Stati Uniti come The Iron Giant e con questo titolo arriva oggi nelle sale cinematografiche sotto forma di lungometraggio d’animazione.
La storia è stata adattata nei tempi e nelle ambientazioni ed arricchita da una serie di spunti e riferimenti che rendono Il gigante di ferro uno dei più interessanti film a cartoni animati degli ultimi anni. La storia di questo enorme robot caduto dal cielo, e che non ricorda più chi o cosa sia, si svolge nel Maine del 1957, in piena guerra fredda e in un anno che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo americano, trasportando inoltre nella narrazione e negli stessi tratti del mastodontico protagonista metallico fascinazioni derivate dai classici della fantascienza dell’epoca, a partire dal quel grande film che era ed è Ultimatum alla terra di Robert Wise.
La storia del piccolo Hogart Hughes e del suo nuovo amico dello spazio si trasforma in una meravigliosa parabola pacifista, partendo da una domanda di base affascinante: e se un’arma non volesse più essere tale? La storia ci insegna che l’unico vero strumento di morte conosciuto è l’uomo stesso, quando guidato dalla propria stupidità e povertà d’animo e non credo si possa dare un’insegnamento migliore di questo a chi ha un futuro da costruire.
Tratto da una sceneggiatura ineccepibile, Il gigante di ferro è senz’altro un’ottima risposta allo strapotere Disney nel campo dell’animazione, ma al contrario della Dreamworks, che con Il principe d’Egitto ha voluto combattere la guerra con le stesse armi del nemico, la Warner Bros., giustamente peraltro, ha preferito appoggiarsi allo stile classico dei suoi cartoons, limitando o almeno mascherando il più possibile l’uso delle tecnologie digitali.
Evitando animali cantanti e suppellettili ballerine, poi, ne hanno tratto giovamento i personaggi, in particolare Dean, puro prototipo beatnik perfettamente calato in ambientazioni ispirate direttamente dall’opera dei grandi pittori americani del nostro secolo, Edward Hopper su tutti.
Un film più che riuscito, colto dov’era necessario esserlo ed efficace nel suo toccare le corde emotive di grandi e piccini. Non scappa la lacrimuccia nel finale: si versano direttamente fiumi di lacrime, com’è giusto che sia.


