Alain Berliner è belga, salito agli onori della cronaca per il Golden Globe vinto nel 1998 per La mia vita in rosa, suo film d’esordio, molto piaciuto a critica e pubblico statunitensi. E quando agli americani piace qualcosa, non sopportano l’idea di non poterne anche avere l’assoluto controllo.
E così ecco che il bravo Berliner, dopo aver girato anche uno degli episodi di 2000 vu par, sbarca negli USA per il suo primo film a stelle strisce. Gli viene messa in mano da Ronald Bass (autore di due script che gridano vendetta quest’anno, Benvenuta in paradiso ed Entrapment) una sua sceneggiatura e per essere certo che al talentuoso europeo non venga in mente di toccarla, lo stesso Bass si mette al timone della produzione.
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Demi Moore, intanto, avrà pensato che era forse il caso cercare di ripulirsi un po’, dopo la burrascosa separazione con il marito Bruce Willis (poi riappacificatisi? Non so, forse dovremmo avviare la sezione gossip) e dopo essersi fatta “succhiare il cazzo” da Viggo Mortensen in Soldato Jane. Cosa c’è di meglio, allora, se non un bel film d’un autore che ha bisogno d’essere battezzato nel Nuovo Mondo?
A occhio questa dovrebbe essere la genesi di Passion of Mind, mal riuscito tentativo di portare degli afflati autoriali europei nel cinema statunitense da parte non tanto del regista, pronto a sacrificarsi per poter entrare a Hollywood dalla porta principale, quanto dello scrittore – produttore, Oscar per Rain Man e autore di altri bei copioni, ma anche colpevole d’aver scritto cose a dir poco scandalose. Proprio come in questo caso.
Tremendo minestrone tra Sliding Doors e La doppia vita di Veronica (non sono in ordine d’importanza, non preoccupatevi), Passion of Mind vuole essere un veicolo per la star Demi Moore impegnata nelle due parti di critica letteraria vedova che ha trovato rifugio sulla Costa Azzurra e donna in carriera incapace d’amare in quel di New York. Le due donne si sognano a vicenda, quando una dorme, ecco alla vita l’altra e viceversa. Ma chi è il sogno e chi la realtà?
Se lo chiedono anche i rispettivi psicanalisti e dopo anche i rispettivi boy friend, William Fichtner e Stellan Skarsgaard, condannato ormai a fare le veci di William Hurt. Il tutto con un ritmo soporifero e poco interessante, scavando nei personaggi quanto basta per non farli sentire a disagio nei begli ambienti creati per le due diverse case della protagonista, trascinando stancamente la storia fino alla rivelazione finale, francamente delirante.
C’è un perchè, se Ronald Bass ha scelto proprio Berliner per Passion of Mind: quasi tutti gli script di Bass sono basati sulla doppia personalità o sul confronto tra due caratteri divergenti, non poteva quindi restare indifferente a La mia vita in rosa, storia di una difficile identificazione sessuale.


