Ricco di atmosfere alla “Rugantino”, La Carbonara, il nuovo film di Luigi Magni, è un autentico manifesto della romanità che esprime tutto l’amore dell’autore per la propria città e per il suo passato.
Nell’Anno Santo 1825, poco lontano dalla città di Roma si trova una locanda, punto di passaggio per pellegrini, artisti e viaggiatori dalle più diverse origini. L’insegna ostenta il nome della specialità della casa: “La Carbonara”. Il titolo spetta anche alla locandiera, Cecilia, la donna più bella e desiderata di Roma, ambita da principi e ricchi signori. Lei però aspetta un principe azzurro che la porti via come nelle favole e intanto, pur essendo “Carbonara di spaghetti”, a causa di quell’insegna attira nella sua osteria gendarmi e “Carbonari d’opinione”. Finché l’attesa dell’amore viene premiata con il ritorno dei due uomini del passato di Cecilia: suo marito e il primo amore. Ma i sentimenti non possono convivere con gli ideali, soprattutto se questi ultimi vanno contro la legge.
Avvalendosi di un ottimo cast (quasi tutti gli interpreti sono romani e i dialoghi sono quasi esclusivamente in romanesco dell’epoca), Magni porta in scena il disincanto e l’amarezza che segue la caduta delle illusioni e degli ideali utopici perseguiti anche a caro prezzo. Nel raccontare la lotta degli adepti della Carboneria, lascia intravedere l’universalità di un discorso che abbraccia qualsiasi tipo di speranza delusa, qualunque credo messo in discussione dall’impatto con la realtà e la debolezza dell’uomo. I personaggi che si incontrano in questa vicenda sono semplici, per lo più di estrazione popolare. Credono in ideali più grandi di loro, manipolati da “profeti” che infiammano i loro animi, pronti a seguirli ovunque e a rinunciare a tutto.
E anche quando la fede in qualcosa viene distrutta dagli eventi, subito un’altra prende il suo posto nell’animo di queste persone inquiete e passionali. In una visione disincantata del mondo, dove tutto è dettato dal tornaconto personale, la giustizia non può che essere derisa sia da chi la esercita che da chi la subisce. La figura del Cardinale, interpretato da Nino Manfredi, è l’emblema della legge inesistente, di una giustizia plasmabile a seconda delle occasioni.
In mezzo a tanta confusione si distingue il personaggio della Carbonara: una donna libera e indipendente che vive un po’ fuori dagli schemi, prendendosi gioco della legge e sfruttando le conoscenze. Lucrezia Lante Della Rovere, aiutata dai magnifici costumi dell’epoca, ha dato corpo a una figura verace di donna romana dallo sguardo fiero e dallo spirito inquieto. E’ una donna forte, che non si lascia stupire dal mondo e non si arrende di fronte alle innumerevoli avversità. Ha una frase, una sorta di formula magica, che la aiuta a reagire e ad andare avanti: “A me che me ne frega” che ricorda un po’ il “Domani è un altro giorno” di Rossella O’Hara. Luigi Magni però nega qualsiasi riferimento tenendo a precisare che il “Chi se ne frega” è dei romani dalla notte dei tempi per una “concessione divina”.
Girato ai Castelli Romani, incorniciato da paesaggi lussureggianti e rigogliosi, La carbonara sembra anche omaggiare le bellezze naturali della provincia romana, i detti popolari, la saggezza delle donne anziane e non, la cucina tipica. Tutto vuole celebrare una tradizione che non va a perdersi, ma solo a confondersi nella società odierna e che rimane tuttavia immediatamente riconoscibile per chi ha l’animo ben disposto. Perché “Roma è un sentimento” per dirla con le parole dello stesso Magni. E anche se Roma è cambiata, anche se manca qualcosa che dia nuovi impulsi e ideali, il finale tra sogno e realtà lascia facilmente intuire che in fondo neanche l’autore si lascia andare al disincanto.


