Bailamos, tremendisima mulata, al ritmo de esta vida loca. Non mi sono rincretinito io, in realtà penso già da un bel po’ che gli europei siano vittime di una profonda crisi d’identità. Se Buena Vista Social Club ne era una prova, Salsa ne è la conferma.
La storia di Remi Bonnet, eccellente pianista classico che perde la trebisonda, conquistato dal calore dei ritmi caraibici, è in realtà un segno dei tempi cupi che vive il nostro vecchio ed acculturato continente. Stufi ormai d’essere la culla della civiltà ed ancora restii ad una contaminazione etnica e culturale che possa cambiare in maniera definitiva il nostro patrimonio genetico, noi pallidi italiani, francesi, tedeschi, lussemburghesi (loro sarebbero felici d’essere invasi anche dagli svedesi, sarebbe comunque una botta di vita), sentiamo il bisogno di cambiare la nostra routine impiegatizia per gettarci nel vortice dei sensuali ed eccitanti balli tropicali, attratti dai corpi levigati di caldissime creole sulle cui cosce tornite ogni goccia di sudore che scivola via diventa un’inno al peccato.
Salsa è una piacevole favoletta che deve molto a un film troppo facilmente dimenticato del filone giovanilistico americano, Soul Man di Steve Miner (nonchè a Ballroom, opera prima di Baz Luhrmann che Leonardo Di Caprio ha gettato nell’oblio facendo il Romeo in acido) in cui uno sciamannato figlio di papà cambia con un processo chimico il colore della propria pelle per poter vincere una borsa di studio, provando di persona cosa vuol dire essere neri. Remi fa lo stesso, perchè essere bianchi e insegnare salsa e merengue sono due cose avulse nella mente contorta di un francese, ma in entrambi i film la cosa che mette più a disagio è il desiderio di cambiamento, non di integrazione, se è vero che alla fine è meglio essere noi come loro, piuttosto che averli tra noi. E se proprio vuoi passare del tempo con chi ha la pelle scura, fallo a casa loro.
Per quanto piacevole e divertente come commedia, certo sopra la media di quelle che ci arrivano di solito da Oltralpe, Salsa non manda in realtà molti messaggi piacevoli e positivi, al contrario, è una conferma del bisogno di fuga che i nostri ritmi di vita, scanditi certo non dalla musica di Ruben Gonzales, ci hanno ormai quasi imposto, senza dimenticare però che i luoghi di una nuova vita è meglio non dividerli con chi già ci abita, perchè colonizzandoli ci si trova di più a casa nostra. Insomma, non impareremo mai.
Meglio godersi quindi la musica dei Sierra Maestra, la simpatia e il bel faccino Vincent Lecoeur, nonchè, anzi no, ripensadoci, soprattutto le forme morbide, innocentemente provocanti ed esplosive di Christianne Gout che sono un bell’evadere dalla cupa prigionia del quotidiano.


