Lo scontro generazionale, l’inevitabile lotta tra genitori e figli è al centro dei più svariati film. Wayne Wang, fine osservatore di psicologie e narratore di vicende squisitamente umane, si è voluto cimentare a sua volta nel tema, variandolo quel tanto che basta per renderlo più moderno e per affrontarlo da un punto di vista più femminile ne La mia adorabile nemica.
Adele ed Ann August, madre e figlia, cercano entrambe di rendere più piacevole la loro vita non particolarmente generosa. Adele è una donna esuberante e solare, molto impulsiva e desiderosa di essere qualcuno; Ann è scontrosa, sempre scontenta di ciò che fa la madre, più riflessiva e matura, più legata alle proprie origini.
Adele decide di andar via dalla piccola cittadina di Bay City, vuole partire alla volta della California, in cerca di spiagge assolate e gente chic, pur non avendo un soldo in tasca né un lavoro, e costringe Ann a seguirla facendole così lasciare i suoi amici e tutti i legami affettivi della sua infanzia. Inizia così un viaggio che sembra non dover mai finire, tanti sono i cambiamenti di residenza, le prospettive che si parano loro innanzi, il più delle volte illusorie, durante il quale emerge il dualismo alla base del rapporto tra le due donne. Un continuo odiarsi e starsi vicine, una diversità caratteriale insormontabile ed un essere inevitabilmente uguali nella propria insofferenza e irrequietezza.
Adele è la classica donna che vuole bene a sua figlia e desidera il meglio per lei, ma poi la distrugge imponendole le proprie ambizioni, rovinandole le amicizie create con difficoltà. E quando incontra un uomo, è così ingenuamente lasciva da ritrovarsi nel ruolo della sedotta e abbandonata, fra mille consigli dispregiativi della figlia, in una casa vuota, in una vita senza passato.
Ann sembra odiare sua madre che le rende difficile persino raggiungere un’identità nei confronti dell’altro sesso, perché non vuole essere come lei, non vuole diventare una donna patetica che elemosina amore, ma alla fine la ama per prima, la comprende e le sta accanto, pur con la sua rabbia ora silenziosa, ora gridata, con i suoi finti tentativi di fuga, ed è già uguale a lei nella sua inquietudine, nel suo bisogno di affermarsi e di andare via, non importa dove. Ovunque, via di qui.
Wang è certamente riuscito nella descrizione di due donne vere, della loro rivalità e di un complicato rapporto preso dalla vita di ogni giorno. Peccato che si sia fermato lì non curando approfonditamente nessun altro aspetto.
Natalie Portman, con la sua recitazione cupa da adolescente ribelle, è un’intrusa in un contesto a lei estraneo, ma soprattutto in questo film si può vedere una Susan Sarandon come non l’abbiamo mai vista, e come spero non la vedremo mai più.


