Risultato della collaborazione di autori russi, bulgari e ucraini, Est-Ovest, amore e libertà, il nuovo film di Régis Wargnier è, come fu Indocina, candidato all’oscar come miglior film in lingua straniera. Modificando l’idea iniziale che lo voleva come una sorta di western asiatico in cui le regioni dell’Asia centrale erano viste come l’ultima frontiera dell’avventura, il regista ambienta un’altra storia d’amore in un film a sfondo fortemente politico.
Nel giugno 1946 Stalin lanciò un appello a tutti gli emigranti russi perché tornassero nella loro patria promettendo un’amnistia totale. Molti risposero positivamente e ingenuamente, perseguendo l’ideale della costruzione di una nuova Unione Sovietica, si misero in viaggio verso le terre natie. Fra gli altri anche Alexei Golovine parte per la Russia pieno di speranze portando con se sua moglie Marie e il loro giovane figlio Serioja. Una volta varcato il confine però, la realtà che attende queste persone è ben diversa da quella promessa: essi sono visti come spie dei paesi occidentali che li hanno accolti, le famiglie vengono divise, molti vengono spediti nei campi di lavoro o addirittura giustiziati.
Il passaporto di Marie, come quello di molti altri stranieri, viene strappato e lei si trova imprigionata, senza protezione o speranza di fuggire. Le autorità sovietiche decidono che Alexei può essere utile alla patria ostentandolo come un modello di figliol prodigo. Solo piegandosi a queste condizioni Alexei può salvare la sua famiglia. La vita che si para loro innanzi è ben diversa da quella a cui sono abituati: vengono spediti a Kiev, dove abiteranno una piccola stanza di un kommunalka, un appartamento statale che ospitava diverse famiglie. Marie non si arrende: vuole a tutti i costi tornare in Francia e non è disposta ad aspettare. Il servilismo di suo marito le ripugna e presto le incomprensioni fra i due creano una frattura nel loro rapporto. Inizia così una storia tormentata, piena di tentativi frustrati sul nascere.
È la lotta di una famiglia per uscire da un incubo, per fuggire da un mondo dove non si può passeggiare senza motivo e anche il semplice scambiare due parole con uno straniero può essere visto come un atto di spionaggio. È la lotta di Marie, alimentata da un costante senso di reclusione in un paese che non è il suo e non la ama affatto, dal desiderio di far crescere suo figlio con un’altra educazione. Disegnatore di psicologie e ricreatore di atmosfere, Wargnier riesce a portare sullo schermo la realtà dell’Unione Sovietica di quegli anni con malinconico realismo. Per la prima volta un occidentale descrive con lo sguardo giusto la vita quotidiana al di là della cortina di ferro. Questo è stato possibile anche grazie ai due co-sceneggiatori russi Bodrov e Ibraguimbekor, in particolar modo per la dettagliata ricostruzione del kommunalka e del tipo di vita che vi si svolgeva dentro.
Al centro di tutto ci sono Alexei e Marie, il loro amore messo alla prova dalle condizioni in cui sono costretti a vivere perché “è difficile amare se si è prigionieri”. Nella vita di ogni giorno in cui anche i muri hanno orecchie i personaggi non comunicano tra loro con il dialogo, ma con un complesso gioco di sguardi e la freddezza dei rapporti interpersonali trabocca dagli ambienti lavorativi e invade ogni aspetto della vita, anche quello familiare. In questo senso Marie, con le sue passioni e il suo carattere impulsivo, con il suo essere inevitabilmente francese in ogni comportamento, in ogni sorriso o parola, è più che mai un’intrusa e la sua dolce storia d’amore con Sacha è un modo per fuggire da un mondo troppo algido e incomprensibile. Il suo amore per il marito è superato da quello per la libertà che si rinnova e si rafforza continuamente nel corso del film.
Le atmosfere malinconiche, piene di sospiri danno un senso di fatalità e amarezza, ma si respira anche la speranza, un certo senso di sopravvivenza sempre vivo nei personaggi principali anche se così lontani fra loro. La diversità di Marie rispetto alle donne russe, descritte come fredde e calcolatrici anche negli amori, è sottolineata da una forte carica emotiva e dall’impeto della sua ribellione.
Interessanti le interpretazioni degli attori russi, semplici e distanti da quelle degli interpreti occidentali, che contribuiscono a creare un clima di amarezza e sembrano ricordare, tra una scena e l’altra, che dopo tutto stanno raccontando una realtà che è stata anche la loro, quella di un’infanzia segnata. Est- ovest è principalmente il racconto di un amore forte negli anni, ma, al di là delle migliori intenzioni dell’autore di non fare politica, è anche qualcos’altro.


