Una ragazza di fronte al suo armadio che si prova alcuni abiti e fa i capricci perché non riesce a trovare quello giusto per una serata importante. Ogni capo racchiude in se un ricordo e per Vera è come sfogliare un album di fotografie. E anche noi entriamo nella sua memoria attraverso i flashback che si aprono ad ogni cambio d’abito.
Scopriamo che Vera è un’artista, una pittrice, che ha lasciato la sua casa e si è trasferita a Roma per seguire un sogno che sembra ogni giorno più lontano: affermarsi e far apprezzare le sue opere. È circondata da artisti come lei: tutti i suoi amici, gli insegnanti, i suoi precedenti amori. Non è affatto felice né soddisfatta del proprio cammino artistico denso più di compromessi che di successi.
Una lunga, interminabile riflessione sulla difficoltà di essere giovani artisti in Italia, la descrizione di una ragazza che non riesce a esprimersi perché per prima non sa identificarsi o definire una propria personalità, come dovrebbe risultare dalla metafora dell’indecisione nello scegliere un vestito, visto come espressione esterna di ciò che è all’interno di una persona.
Femminile singolare vorrebbe essere un film introspettivo, scavando in fondo alla psicologia del personaggio, ma si limita all’osservazione superficiale dello stato delle cose e alle constatazioni da sala d’attesa di uno studio medico.
Il personaggio di Vera, troppo normale e mediocre per essere una vera artista, troppo incline alla rassegnazione per essere motivata, con i suoi ricordi e le sue riflessioni non è altro che l’antologia dei discorsi polemici quotidiani di tutti coloro che si lamentano della società italiana. Anche con i capi di abbigliamento che le vengono messi addosso si vuole descrivere una persona vista a tutti i costi come un’artista e, di conseguenza, per forza un’originale, senza però riuscire a darle un’identità, uno stile personale e facendola risultare un goffo animale da passerella urbana.
Ne risulta un racconto estremamente frammentario e pretenzioso senza capo né coda a cui viene appiccicato un finale improvviso e forzato perché altrimenti si sarebbe potuto andare avanti per giorni.
Tutto è scontato e artificioso, a partire dall’ambientazione in un appartamento–studio troppo pieno di cose e soprattutto troppo lussuoso per una pittrice squattrinata che si arrangia come può.
Cristina Moglia riesce abbastanza bene a reggere la difficile prova di trovarsi di fronte alla telecamera per un’ora e mezza (è presente in tutte le scene), ma, malgrado i suoi sforzi, nulla può alle prese con dei dialoghi banali e l’interpretazione asettica del bello di turno al suo fianco. In alcuni punti poi ci si perde nei flashback aperti dentro altri flashback in un labirinto di ricordi sbiaditi.
E Vera è una donna senza uscita che non riesce a separare la cerchia affettiva dalla vita professionale e cerca in un unico uomo colui che la ami e apprezzi e renda celebri i suoi lavori.
Se l’autore alla fine sembra suggerire alla sua protagonista di non buttarsi nella mischia, ma di aspettare l’ispirazione giusta per un buon prodotto artistico, perché non rivolge a se stesso il consiglio?


