L’opera prima del venticinquenne Justin Kerrigan, elogiata dalla critica britannica, è stata già da molti paragonata a Trainspotting per l’apparente similitudine delle tematiche trattate. In realtà Human traffic è lontanissimo dal film scandalo divenuto un cult per le nuove generazioni.
Meno pretenzioso di Trainspotting (tra l’altro citato ironicamente), non vuole a tutti i costi scandalizzare, ma semplicemente raccontare il mondo dei rave parties visto con gli occhi di cinque giovani gallesi qualunque. Non ha la sotterranea e fastidiosa vena moralistica (ricordate il leit-motif “scegliete la vita“?) e presenta scene quotidiane ben più realistiche. Non si spinge in situazioni paradossali, ma piuttosto mette in luce quanto spesso lo siano i fatti di ogni giorno.
Non esiste una vera e propria trama: lo spettatore è calato nello scorcio di vita di cinque ragazzi come tanti (Jip, Koop, Lulu, Nina e Moff) che lavorano tutta la settimana incastrati in ruoli che vanno loro stretti per poi arrivare all’attesissimo venerdì sera. Solo allora si sentono veramente se stessi: quando possono liberare la loro personalità oppressa con l’aiuto di droghe chimiche e musica psichedelica, rave party e feste all’insegna della sregolatezza. Sono perfettamente coscienti della tristezza del tipo di esistenza che conducono, ma proprio da questo sono uniti: un gruppo di amici che ballando con il cervello fritto si fondono insieme, diventano una cosa sola, si comprendono senza bisogno di parlare.
In uno di questi fine settimana, loro si esibiscono per noi. Le riprese, effettuate con una lente lievemente deformante sembrano quelle di una telecamera di una banca o di un supermercato e i personaggi parlano guardando dritto dentro all’obiettivo. Si raccontano allo spettatore con un misto di depressione e autocompiacimento, quasi per cercare un nuovo alleato, qualcuno che li capisca e li sostenga come fanno fra di loro, quasi per far entrare chi guarda nel loro gruppo. Il linguaggio adottato è realistico (forse calca appena un po’ troppo la mano), giovanile e scurrile; i discorsi che i cinque amici fanno tra loro sono proprio i racconti e le confidenze che si fanno con gli amici.
Forse è proprio per ottenere questo realismo che Kerrigan si è servito dell’interpretazione di attori praticamente sconosciuti al grande pubblico, con alle spalle un minimo bagaglio di esperienze per lo più legate alla televisione britannica. Fra i discorsi dei protagonisti non potevano mancare le filosofie paranoiche da cui i giovani spettatori prenderanno appunti, magari citandole sui propri diari scolastici: massime, aneddoti, frasi divertenti e considerazioni sulla società. Alcune scene sono già diventate un cult, altre lo saranno presto.
Per fare alcuni esempi, è già famosa la “politica dello spinello” o la teoria secondo la quale l’intera trilogia di Guerre stellari sottintende un’enorme spaccio di droga intergalattico. O ancora la scena del fast food popolato da dipendenti robotizzati o tutte le visioni che vengono alla mente dei protagonisti come commento interiore alla vita quotidiana. È la descrizione di un mondo assolutamente vietato agli adulti, incomprensibile per chi ha “scelto la vita”, per le generazioni precedenti, troppo scandaloso persino per una madre prostituta.
Realizzato con pochi soldi e altrettanto poche ambizioni, Human Traffic risulta invece un prodotto ben confezionato, fastidioso per i benpensanti senza necessità di ricorrere a scene pulp, siringhe che rimangono in vena, vomito o bambini morti. Il regista sembra parlare molto di se: è un narratore tutt’altro che distaccato. Si sente la sua partecipazione nei discorsi che i cinque ragazzi fanno fra di loro, anche nei ripetuti attacchi frontali alle Spice Girl e alle altre boy-band che dominano l’attuale scena musicale britannica. Del resto la musica ha un ruolo fondamentale in questa pellicola.
Trattandosi di un rave movie non poteva essere diversamente. La colonna sonora comprende brani hip-hop, jungle e quant’altro di ballabile e trendy al momento. Sfondo crudelmente indifferente alla vicenda è Cardiff, con la freddezza del clima e dei rapporti umani, l’incomprensione, il non dialogo e la logica del guadagno. È l’opera di un giovane che parla di se, della cittadina in cui è cresciuto, della società che lo circonda vista con i propri occhi e con quelli della propria generazione; amaro, ma comunque speranzoso.
Anche ogni lieto fine però è vietato agli adulti, possibile solo all’interno di una cerchia di persone che sanno come vivere, con l’aiuto di chi in fondo ha un’animo simile per comprendere e per scaldare dalla tristezza e dalla freddezza circostanti.


