Danzare è vivere la vita
nelle sue vibrazioni
più sottili e più elevate.
(Ruth St. Denis)
Appartenente al filone “giovanilistico-ballereccio”, questa pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di Davida Wills Hurvin, percorre la malattia di un’aspirante ballerina, colta dal tumore proprio nel momento in cui le si prospettava la grande opportunità della vita. Gli amori, la passione per il ballo sopra ogni cosa, la famiglia, la voglia di non arrendersi e un’amicizia inossidabile la accompagnano nel suo cammino accelerato verso la morte. Se tutto questo vi sembra troppo edulcorato, una macedonia preparata in anticipo appositamente per strappare allo spettatore qualche lacrimuccia, allora sappiate che il romanzo della Wilson si basa su una storia vera.
E non fa meraviglia che Jules scelga di rinunciare alla terapia ‘solo’ perché la conseguente debilitazione non le consente di danzare al meglio: togliete a un ballerino i suoi passi di danza e lo avrete già ucciso.
Sceneggiatura a parte, A Time For Dancing è fondamentalmente un film sulla danza, di quelli che si realizzavano negli anni ’80 e che hanno fatto venir su un’intera generazione sognando con Patrick Swayze, John Travolta e Kevin Bacon. La danza è sovrana in questa pellicola, sia come numero di scene, sia perché è la cosa migliore che contiene.
Non ci importa se la regia non è un capolavoro, se gli attori di tanto in tanto fanno un sorrisino di troppo: in questo film noi vogliamo veder ballare! Non come in Billy Elliot in cui la danza era solo un pretesto per portare sullo schermo l’ennesimo film sulle condizioni degli operai inglesi (per quello c’è già Ken Loach…) o come Save the Last Dance che pretendeva di far danzare a ritmo di hip hop una che a malapena sa coordinare le braccia.
Qui abbiamo una rielaborazione contemporanea ad opera della coreografa Marguerite Pomerhn Derricks che è una commistione tra jazz, neoclassico e danza moderna, una soluzione ottimamente portata avanti dal corpo di ballo messo insieme per la realizzazione del film.
L’unica cosa che proprio non riesco a capire è il perché la Eagle abbia deciso – per l’edizione italiana – di sostituire le canzoni della colonna sonora con brani di Elisa e altre hit di successo. La colonna sonora è un elemento indispensabile di un film che è a sua volta un qualcosa di artistico. Quindi è già scorretto sostituirla in un qualsiasi film, ma addirittura in un film sulla danza! Ci fa sempre piacere riascoltare “Try Again” della mai abbastanza compianta Aalyiah, ma di certo non ‘lega’ con i passi di un balletto neoclassico! È totalmente ‘scollata’!
Speriamo di rifarci con la traccia originale di un prossimo dvd…


