Scoprire i simboli della nazione americana, e questo sta a significare quella vera, fatta di Cherokee che ancora non erano sinonimo di jeep, Lakota e le altre tribù di nativi, è sempre affascinante, quasi quanto osservare con quanta violenza e ipocrisia quelle popolazioni che hanno poi formato gli Stati Uniti d’America si sono poi appropriate di queste leggende. Un processo necessario ad una nazione priva di tradizioni millenarie che non ha potuto far altro che sterminare quelli che occupavano con diritto le loro terre nella speranza che nessuno venisse a reclamare il maltolto.
Hidalgo non è solo la storia di un cavallo
O meglio, di un mustang, una razza che i simpatici allevatori di purosangue delle Midlands fanno ammazzare da bracconieri specializzati per paura che montino le migliori giumente sfornapurosangue, e del suo padrone e amico per la pelle
È una parabola sul bisogno di un popolo di avere una storia che potesse essere considerata alla stessa stregua di chi ha costruito il mondo nel corso di centinaia di anni. Se da una parte, quindi, non possiamo che apprezzare la determinazione di Frank Hopkins, interpretato con trasporto da Viggo Mortensen, desideroso di scrollarsi di dosso i panni di Aragorn al più presto, dall’altra è necessario riflettere sulla ragione di tanto bisogno di sentirsi considerati.
Trovarsi quindi di fronte a un americano illuminato e meticcio che senza pregiudizi si fa promotore di uno scambio culturale con la nazione araba, visti i tempi che corrono, non può che dare un pizzico di fiducia nella varia umanità che ogni giorno troviamo massacrata tra le pagine dei quotidiani.
E ancora una volta la più grande industria cinematografica del mondo cerca di dare questo messaggio di speranza attraverso un genere, quello del cinema sportivo, in cui sono davvero maestri. Non è un caso che tra i nominati all’Oscar abbiamo trovato quest’anno un’opera, peraltro di eccellente fattura, come Seabiscuit, perché il pubblico americano riesce a recepire messaggi molto profondi attraverso l’esaltazione dei propri miti collettivi.
Potrebbe sembrare una visione superficiale dello stare su questa terra, ma riflettendo sul fatto che dalle nostre parti gli eventi sportivi teoricamente più sentiti vengono interrotti per potersi dare un fracco di mazzate, allora si capisce perché in Italia i film sull’arte pedatoria non hanno mai avuto successo veruno.
Viste le premesse, Hidalgo sarebbe potuto essere un grande racconto dal respiro epico, ma avrebbe dovuto scriverlo e dirigerlo John Milius che già una volta ha incontrato la cultura mediorientale tirando fuori quel capolavoro che è Il vento e il leone. Purtroppo in cabina di scrittura troviamo un John, ma si chiama Fusco, e non è necessario aggiungere altro, mentre a mettere insieme i pezzi c’è un volenteroso Joe Johnston che, con tutta la buona volontà, fa quel che può, perdendosi però proprio nei momenti di massimo pathos.
Oltre Mortensen, impossibile non rendere omaggio a Omar Sharif, attore che ha passeggiato con grande classe nel cinema mondiale degli ultimi quarant’anni e che ringraziamo ogni volta per tutte le emozioni che ci riesce a regalare. Nonostante i molti dispiaceri dati ai nostri campioni di bridge.


