Prima di cominciare, mi si permetta una digressione polemica: per quale motivo il nome di Quentin Tarantino, il quale si è limitato a dire che Hero gli era piaciuto, dovrebbe stare sui cartelloni di questo film scritto con caratteri ben più grandi di quelli del nome dello stesso regista Zhang Yimou? Io che consiglio sempre i film ai miei amici e a voi lettori, li presento? E allora perché il mio nome non è mai sui flani? Scusate, scusate, prometto di fare la persona seria ora. Se mi riesce.
A chi si chiede che fine abbia fatto il buon cinema, replico sempre: “La risposta viene da Oriente”. E questa pellicola di Zhang Yimou non può che confermarlo, così incredibilmente coreografica e pittorica com’è, così intrisa di ideali e permeata di un carosello di immagini che deliziano il senso della vista, lo stimolano come in un atto amoroso, lo coinvolgono e lo inebriano.
L’eleganza della fotografia di Christopher Doyle è in continuo crescendo: scene e intere sequenze si alternano con una raffinatissima scelta bicromatica, che farcisce il predominio del nero con prepotenti componenti ora rosse, ora verdi, per poi passare ai toni del blu, del bianco, del crema…
I costumi fluenti disegnati da Emi Wada farebbero invidia alla settimana della moda parigina, in particolare i leggerissimi yukata di Maggie Cheun, fatti di veli di garza lunghissimi e morbidi, che le accarezzano il corpo e la accompagnano nei movimenti durante le scene di lotta con la spada, conferendole un’aria di estrema finezza, ma anche di grande sensualità, quasi come quella di una rispettata geisha dalle doti leggendarie. Ed è così che, dopotutto, viene raffigurata, chiusa nella sua stanza a bere tè, tramando per non perdere il cuore dell’amato Spada Spezzata, un sempre più affascinante Tony Leung.
Ovviamente, grande importanza è stata data ai combattimenti con la spada, coreografati da Tony Ching Siu Tung, resi eterei dal digitale, ispirati qua e là anche al cinema coreano sia classico che nuovo, riprendendo la leggerezza sovrumana che caratterizzava le lotte e gli inseguimenti ne La tigre e il dragone.
Eppure Hero non è solo duelli volanti e immagini accattivanti
All’interno della storia, ambientata nel periodo delle guerre cinesi, quando infine prevalicò sugli altri sei regni il Re di Qin, c’è davvero uno spirito profondo e idealista. La particolare struttura del racconto, che avviene per bocca di Senza Nome, permette di rimettere continuamente in gioco i personaggi, come pedine della dama mangiate e poi utilizzate dall’avversario. Nessuno di loro ha valenza assoluta, tutti assumono posizioni diverse rispetto al Re, alle loro azioni e al Bene, al Giusto, all’Eroismo.
In questo contesto, tutto gira intorno a Senza Nome e alla sua posizione, ora positiva, ora negativa. Un Jet Li forse troppo monoespressivo e un po’ piacione gli da corpo e spirito, racconta e rettifica, si ripiega su sé stesso e completa di volta in volta, componendo un puzzle che solo alla fine potrà rivelare un progetto che non si comprende in corso d’opera. Il grande merito di questo film è che davvero riesce a sorprendere, a cambiare punto di vista, a seguire un discorso riflessivo e un divenire che rappresentano la formazione di una Coscienza.
L’elogio all’arte calligrafica è spiazzante
Studenti che si lasciano uccidere mentre si esercitano a raggiungere la perfezione, la calligrafia paragonata al modo di usare la spada, al carattere e alle inclinazioni di una persona. La scena in cui Spada Spezzata scrive “Spada” è così coinvolgente che commuove: è un’entrare nell’arte, lasciarsi pervadere e pervaderla a propria volta, una danza con il pennello e l’inchiostro, ancora una volta un atto d’amore.
Eppure tutto questo mi ha perplessa, non è riuscito a convincermi fino in fondo. L’eleganza visiva di pellicole come questa è indirizzata a una massa che pensa che tutti i film orientali siano così. E’ eleganza popolare, per fare un paragone con la moda, è una collezione pret a porter, non alta moda come può essere un raffinato Shinya Tsukamoto, ad esempio.
L’ideologia di fondo è interessante perché non parte da valori assoluti che poi si mantengono tali per tutta la durata del film, ma li rimette continuamente in discussione, li mostra da differenti punti di vista, li sottopone a riflessioni accurate e per nulla superficiali. Così il concetto stesso di eroe, la sua definizione, muta e cresce come la coscienza nazionale.
Ma questo discorso è pericoloso. La soluzione “Sotto un unico cielo”, che a prima vista sembra incredibilmente giusta e democratica, dato che storicamente pose fine a guerre sanguinose, si rivela poi invece molto (troppo) simile al concetto americano di globalizzazione, una sostanziale affermazione che, per citare un altro film, “La pace si ottiene con una potenza di fuoco superiore”.
E’ il regno del più forte, o del più prepotente, o di chi ha le armi più potenti. E la Cina in questo film non è mai stata più vicina agli Stati Uniti di oggi. Tantopiù che quelle lotte sanguinose non furono altro che liti fra potenti, con le popolazioni che venivano decimate senza conoscerne i reali motivi.
Globalizzazione, non rispetto e democrazia, non meltin pot: il re è stufo dei diciannove modi diversi di scrivere “spada” e vuole sopprimerli tutti, non appena avrà il predominio, e imporre un nuovo metodo di scrittura. E la storia ci racconta che è quello che è avvenuto. E infatti la calligrafia che lo aiuta e lo affascina ha utilizzato un ventesimo, nuovo metodo.
Ebbene, mi spiace, ma non mi lascio esaltare così facilmente dai valori a buon mercato. Mi godo Hero, la sua bellezza stilistica e visiva, cosciente che c’è persino di meglio. Poi gli ideali me li formo altrove, grazie per aver tentato.


