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Norman Lear
Serie TV

Norman Lear, a 101 anni se ne va una leggenda della TV

Alessandro De SimoneBy Alessandro De Simone6 December 2023Updated:7 December 2023No Comments6 Mins Read

Norman Lear è un nome che ai più potrà non dire molto, ma per chi conosce la storia della tv popolare americana è più o meno un monumento, entrato adesso nella leggenda, dato che ha lasciato questa terra all’età di 101 anni.

Lear è uno degli inventori della sit-com moderna.

In contemporanea a James L. Brooks ha contribuito a rendere immortale l’era televisiva americana degli anni Settanta, scrivendo e producendo serie che sono poi entrate nell’immaginario collettivo nei decenni successivi.

Brooks aveva già iniziato nel 1970 il Mary Tyler Moore Show, ponendo le basi della rivoluzione femminista del piccolo schermo, che sarebbe poi proseguita con gli spin-off Rhoda e Phyllis. Dall’altra parte Lear voleva invece analizzare la famiglia americana in un’epoca di cambiamento, contrapponendo il passato conservatore con il presente progressista, anti-militarista e democratico.

Nasce così una delle più grandi serie della storia della televisione, All in the Family, in Italia diventata nota come Arcibaldo, andata in onda negli Stati Uniti dal 12 gennaio del 1971 fino all’aprile del 1979, ha generato una serie di spin-off e il corpo complessivo dell’opera di Lear ha aiutato l’America a entrare in una nuova era grazie a quello che vedeva attraverso il tubo catodico.

All in the Family è la storia dei Bunker

Con il capo famiglia Archie, repubblicano, omofobo, razzista, sposato con la remissiva Edith, casalinga, e con una figlia, Gloria, che ha scelto come marito un intellettuale sessantottino di famiglia polacca, Mike Stivic. La migliore amica di Edith è Louise Jefferson, moglie di George e madre di Lionel, la famiglia che anni dopo sarebbe stata protagonista di un altro incredibile successo televisivo, I Jefferson per l’appunto.

Norman Lear

Basterebbero queste due serie per far capire la grandezza di Norman Lear, che oltretutto arrivò a scrivere questi successi dopo una lunga gavetta televisiva, il cui apice fu la serie western The Deputy, con protagonista Henry Fonda, tra il 1959 e il 1961. Già meno che trentenne aveva fatto parte del team di The Colgate Comedy Hour, la trasmissione contenitore di Dean Martin e Jerry Lewis, ma furono gli anni Sessanta a far esplodere la sua vena sarcastica e per molti versi sovversiva.

Lear era un intellettuale che aveva capito la potenza del mezzo televisivo

E sapeva usarlo per trasmettere messaggi importantissimi, informando il popolo americano delle inevitabili trasformazioni a cui il paese sarebbe dovuto andare incontro per salvarsi da una decadenza inesorabile.

Le sit-com di Lear parlavano della guerra in Vietnam, del Watergate, dell’uguaglianza tra uomo e donna e tra bianchi e neri, bollavano l’antisemitismo ma non disdegnavano ogni tanto qualche frecciata antisionista. Per la prima volta nella storia della televisione una famiglia nera, i Jefferson, potevano permettersi di abitare a Park Avenue, perché il presuntuoso George era comunque un imprenditore infaticabile e geniale. E nello stesso palazzo abita la prima coppia mista nella storia delle sit-com, una provocazione da sbattere in faccia a 30 milioni di spettatori a settimana.

Non è stata una carriera da poco quella di Lear, che ha tratteggiato tutti i suoi personaggi con grande precisione per essere certo che non venissero né fraintesi nè dimenticati. Come Maude, la cugina di Edith, che avrebbe anch’essa avuto uno show tutto per sé, anche questo importantissimo, perché per la prima volta si raccontava la storia di una donna di mezz’età, pluridivorziata, democratica, femminista, convinta abortista.

E altrettanto importante fu l’impatto che ebbe Giorno per Giorno

Altro clamoroso successo andato avanti per nove stagioni, la storia della famiglia Romano-Cooper, con la mamma Ann pubblicitaria divorziata che tira su due figlie adolescenti diversamente problematiche. C’è di tutto in questa serie, ambientata tutta nel piccolo appartamento dove la protagonista va a vivere con le ragazze dopo la separazione, ma la cosa più importante è vedere una professionista di successo che tra la fine dell’era Nixon e il primo mandato di Reagan, con in mezzo la speranza di un’America democratica grazie a Jimmy Carter, va avanti per la sua strada senza mai perdersi d’animo e, soprattutto, senza mai dover davvero contare sulla presenza di un uomo in casa per sentirsi realizzata.

Norman Lear Giorno per Per Giorno

Negli anni Sessanta Lear aveva collaborato a lungo con Bud Yorkin

Regista e sceneggiatore con cui aveva non poche affinità, scrivendo e producendo tre suoi film, tra cui il notevole Divorzio all’americana, uno spaccato feroce delle ipocrisie della società statunitense degli anni Sessanta. E la sua strada si era incrociata anche con William Friedkin, a cui produsse Quella notte inventarono lo spogliarello. Non potevano che andare d’accordo Friedkin e Lear, d’altronde.

LEGGI ANCHE: William Friedkin: “Il mio sogno? Lavorare negli studios negli anni ’40”

Negli anni Ottanta avrebbe più volte supportato l’amico Rob Reiner, ovvero il Mike Stivic di All in the Family, producendo i suoi bellissimi Stand by Me e La sposa fantastica. E della sua produzione cinematografica impossibile non ricordare Pomodori verdi fritti, diventato negli anni un classico.

Rivedere e rianalizzare l’opera di Norman Lear oggi sarebbe fondamentale per tracciare una storia alternativa degli Stati Uniti attraverso la televisione. Il suo tocco si può trovare anche in molte altre serie da lui solo prodotte o supervisionate come esecutivo, da L’albero delle mele, storia di quattro adolescenti in un collegio femminile in cui si parla apertamente di sesso, omosessualità, droga e alcol (spin-off oltretutto di Il mio amico Arnold, usando come gancio la governante di casa Drummond, Edna Garrett, diventata responsabile didattica del collegio).

Norman Lear ha aperto un mondo

Sdoganando la presenza di protagonisti afroamericani nelle serie destinate al pubblico WASP, risvegliando le coscienze di milioni di donne dai 15 ai 60 anni e lasciando un’eredità culturale alla televisione statunitense che avrebbe poi generato altri enormi successi anch’essi fondamentali dal punto di vista politico e sociale, come Willy il principe di Bel-Air, Casa Keaton e Genitori in blue jeans, tanto per citarne tre che hanno segnato un’epoca.

Il lavoro più significativo di Lear oltretutto in Italia non è mai arrivato.

Si chiama Mary Hartman, Mary Hartman, è una vera e propria soap opera, 455 episodi andati in onda nel corso di due stagioni. Il flusso di coscienza di una casalinga americana nell’era post Nixon e post Vietnam, mentre l’America stava esplodendo e il consumismo stava diventando la nuova droga collettiva. Un gioiello, con protagonista una eccezionale Loiuse Lasser.

Uomo di grande coerenza, Lear ha dimostrato il suo attivismo sul campo per tutta la sua vita, anche negli ultimi anni, portando avanti una campagna permanente sull’importanza di proteggere il diritto al voto per tutti.

Se al lavoro di Norman Lear si affiancasse poi quello di James L. Brooks, il primo a creare una serie all black con Room 222, e poi come Lear creatore di un vero e proprio microcosmo e in seguito della serie animata di maggiore successo della storia, I Simpson, si potrebbe davvero raccontare l’America degli ultimi sessant’anni come nessuno ha mai fatto.

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Alessandro De Simone
Alessandro De Simone
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Critico, ufficio stampa, festival programmer, esperto di cinema sportivo. Tifoso del Napoli, dove è nato nel corso del XX secolo. Londra è la sua città, dove vive per la maggior parte del tempo. Ha fondato The Cinema Show nel 2010, come primo mensile esclusivamente per iPad in Italia.

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